The Lunatics, 'Pink Floyd a Pompei' - La recensione

Un film leggendario nato dall'incontro fra due giganti: una storia fuori dal tempo

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Pink Floyd a Pompei, particolare della copertina – Credits: elaborazione digitale di Vittorio Esposito da foto © Courtesy Everett Collection/Contrasto

Michele Lauro

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Ottobre 1971: iniziano a Pompei le riprese di un film mai immaginato prima, la più stramba idea della storia del rock come l'ha definita il suo mentore, il regista Adrian Maben. L'anfiteatro dell'antica cittadina romana sepolta dal Vesuvio nel 79 d.C. fa da ieratica cornice a un concerto senza spettatori, protagonista una band all'avanguardia, all'apice della giovinezza e della creatività, i Pink Floyd. Luglio 2016: David Gilmour torna a Pompei per un concerto nell'anfiteatro, stavolta davanti a un pubblico di tremila devoti. Tra questi due eventi si snoda un'epopea di quasi cinquant'anni ora raccolta in un libro sontuoso a cura dei Lunatics, il collettivo di appassionati, studiosi e collezionisti dei Floyd: Pink Floyd a Pompei.

È una storia magica, amore nostalgia e lancette che girano certo, ma in un altro senso davvero "fuori dal tempo". Guardate la silhouette di Roger Waters che percuote il gong. È rimasta il simbolo di un rito sciamanico più che di un film-concerto. Di un incantesimo oscuro dal sapore ultraterreno. Coincidenze, illuminazioni, congiure, vibrazioni, misteri e il fascino solenne del luogo hanno contribuito nel tempo a creare un culto che si rinnova e che questo libro ricostruisce con dovizia di dettagli, interrogando protagonisti e comparse, recuperando materiali inediti, collegando i pezzi del grande puzzle in una lunga cavalcata tra passato e presente.

Per prima cosa i Lunatics bussano a casa di Adrian Maben, Parigi, isola di Saint-Louis, e vengono introdotti nel suo antro delle meraviglie, una stanza-museo ingombra di oggetti, pizze cinematografiche e ogni sorta di memorabilia. "Ricorda un po' il Merzbau di Kurt Schwitters", dice il regista davanti a una tazza di tè, l'installazione fatta con materiali poveri che crebbe fino al punto di costringere l'artista a bucare il soffitto di casa. Poi, senza fretta, Maben apre i cassetti della sua formidabile memoria. Come in ogni mito che si rispetti, l'intuizione scaturì da un atto mancato.

In quel 1971 Maben va rimuginando di fare qualcosa coi Pink Floyd, dopo aver finito di girare su una spiaggia belga un documentario sugli East of Eden di Dave Arbus. Ha avuto un primo contatto con Steve O'Rourke ma ci vuole un'idea forte, prima che la curiosità dimostrata dal manager della band si tramuti nel classico nulla di fatto. D'estate va in vacanza a Pompei con la fidanzata e, dopo una giornata agli scavi, si accorge di aver perso il passaporto. Torna all'anfiteatro e convince i guardiani ad aprirgli i cancelli ("mi aiutai con un po' di commedia"), ritrovandosi solo, al tramonto, soggiogato dalle suggestioni di un luogo millenario.

Lo slancio contemplativo di quell'istante si tramuta in visione, la visione in progetto. Se questo è il luogo perfetto per ascoltare il silenzio del mondo, lo sarà anche per gli echi della musica del futuro. Agli antipodi di Woodstock, il film musicale girato da Michael Wadleigh e divenuto in breve il prototipo dei lungometraggi rock, Maben immagina qualcosa di mai visto prima: un matrimonio tra icone, un musical filosofico. Da un lato Pompei con la sua storia misteriosa e tragica, il Vesuvio i fumi il fuoco le solfatare; dall'altro i Pink Floyd con i loro suoni eterei capaci di evocare il lato oscuro delle cose, e con le loro riflessioni sul tempo e sulla morte, sulla pazzia la violenza e la solitudine, temi su cui si erano arrovellati già i greci e i romani.

E tutto cominciò. I Lunatics vivisezionano ogni momento delle riprese a Pompei e dei successivi set di postproduzione agli studi Boulogne di Parigi, i giorni febbrili del montaggio in un mulino ad acqua in Normandia e il lancio televisivo della prima versione ribattezzata The original concert film. E ancora le successive riprese agli studi Abbey Road di Londra e il lancio nel circuito cinematografico della seconda versione del film, fino alla terza versione pubblicata in Dvd nel 2003, frutto dell'ennesima rielaborazione di un progetto costantemente in progress. Inserti storiografici fotografano l'ascesa dei Pink Floyd dagli esordi all'uscita di Dark Side of the Moon, suggello del gran salto nell'Olimpo rock.

Spiccano fra le numerose testimonianze gli aneddoti dei "ragazzi degli scavi". C'è ancora l'eccitazione di quei giorni nelle parole degli ex ragazzini che si intrufolarono fra i cespugli, attratti dai suoni come in una fiaba dei fratelli Grimm, e si ritrovarono nel mezzo di un rito di iniziazione all'età adulta. Sulla bella carta patinata risaltano le foto inedite dall'album privato di Maben, gli scatti dietro le quinte dell'anfiteatro e sui vari set del film, le innumerevoli locandine e memorabilia - un campionario di arte grafica.

Nel 2016 il conferimento a Maben della cittadinanza onoraria di Pompei, la mostra itinerante e poi il concerto di David Gilmour hanno alimentato le fiamme di un evento che fa ancora parlare di sé, a tanti anni di distanza. Ma il futuro è ancora tutto da scrivere. Pink Floyd a Pompei svela i dettagli di Chit Chat With Oisters, documentario inedito realizzato da Maben a partire dal ritrovamento di alcune bobine in 16 mm risalenti alle sedute di sovraincisione del film agli studi Europasonor di Parigi (dicembre 1971). Non solo un backstage ma un prezioso "ritratto umano" di Mason, Waters, Gilmour, Wright mentre scherzano a tavola durante uno spuntino a base di ostriche e birra.

Adrian Maben ne ha promesso la pubblicazione entro il 2017 ma la storia di Pink Floyd a Pompei forse è semplicemente alla Fine dell'inizio - The End of the Beginning, come si chiamava in origine una delle suite di A Saucerful of Secrets. Il regista ama paragonare se stesso a Pierre Bonnard, pittore francese di inizio Novecento che si recava personalmente al Louvre a ritoccare i suoi quadri, fra lo sconcerto dei custodi. Perché col tempo tutto cambia, i luoghi, le persone, gli stati d'animo: quando si può dire che un'opera sia davvero finita? Insomma la leggenda continua, purché si continui a viaggiare con gli occhi dello spirito ben aperti.

The Lunatics
Pink Floyd a Pompei
Giunti
192 pp., 25 euro

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