Tabucchi, "Di tutto resta un poco. Letteratura e cinema"

All'attività di romanziere e traduttore Antonio Tabucchi ha sempre accompagnato quella giornalistica e di divulgatore culturale. Le sue prose scelte, finalmente riunite in un libro, si leggono come un romanzo animato dalla medesima passione umanistica, etica e civile

Di tutto resta un poco, particolare della foto di copertina, © Michele Tabucchi

Michele Lauro

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Se vuoi far ridere il buon Dio raccontagli i tuoi progetti, dice un proverbio spagnolo che Antonio Tabucchi amava raccontare. Fra i suoi, c'era quello di un libro sentito come necessario già nel 2009 e poi trascinatosi "a latere" fino a diventare postumo, essendosi nel frattempo annodati alcuni degli altri mille fili che sempre imbastiva (per esempio l'antologia Viaggi e altri viaggi, curata da Paolo di Paolo). Di tutto resta un poco, curato da Anna Dolfi, raccoglie il meglio dei pezzi tabucchiani rimasti in forma "live": elzeviri, prefazioni, brani sparsi.

Racconta Milan Kundera nei Testamenti traditi di essersi imbattuto, durante il suo percorso di scrittore, nella "strategia beethoveniana delle variazioni". Una tecnica seguita nel Libro del riso e dell'oblio, romanzo in sette parti indipendenti ma intimamente legate tra loro da una indissolubile unità di temi. Grazie a questa strategia, conclude lo scrittore ceco, "potei rimanere in contatto diretto e costante con alcuni interrogativi esistenziali che mi affascinano". E che in quel romanzo vengono esplorati da molteplici punti di vista.

Come molta della produzione di Kundera, l'opera di Antonio Tabucchi può essere letta come un raffinato sviluppo del medesimo archetipo compositivo. Come una lunga variazione sui misteriosi interstizi in cui la vita sfugge a una catalogazione: il tempo e il controtempo, la moltiplicazione dell'io, l'inquietudine pessoana e lo spleen baudeleriano, la saudade come deja vu o nostalgia del futuro, l'esotico senza esotismo, il labile confine tra realtà e finzione, le coincidenze e i paradossi del mondo, il dolore dell'uomo contemporaneo che non trova parole.

Non sfugge alla regola questa postuma raccolta che anzi, proprio attraverso il confronto e la successione di scritti di epoca diversa, mostra limpidamente la coerenza tematico-esistenziale della ricerca artistica di Antonio Tabucchi. Simile ai Testamenti traditi kunderiani, Di tutto resta un poco è un saggio di saggi che può essere letto come un romanzo che ha per protagonista il romanzo stesso o, più precisamente, un pezzo di storia della letteratura e del cinema. Un protagonista ineffabile, come i tanti eroi minimi dei suoi romanzi. Ma necessario perché, diceva Pessoa, la vita non basta.

La letteratura e il cinema accorrono al capezzale della vita che ha esaurito la sua capacità di rappresentazione. Di fronte ai grandi drammi del secolo scorso, per esempio. Commuove rileggere le pagine dedicate a Primo Levi, non solo per l'acume critico ma per la carica di passione umana e civile che le ispira. Per Tabucchi Se questo è un uomo è il libro più rappresentativo del Novecento, capace di guardare nelle tenebre e nel contempo di ridare voce alle ceneri. Nella casa dei morti erano riusciti perfino a uccidere i sogni e l'idea del Tempo. Quel romanzo rimette in movimento una storia che "altrimenti si sarebbe fermata".

L'arte come metafora della condizione umana. È il filo che lega tutta l'opera tabucchiana e le sette sezioni di questo libro: Orizzonti, Scrittori, Amici, Cinema, Scrittori di oggi, Commiati, Conclusioni. Che bella compagnia, gli amici di Antonio Tabucchi! Grandi classici e giovani esordienti, platonici e aristotelici, visionari e minimalisti, esoterici e militanti, lunari e terrestri. Tutti misteriosamente legati da un'ineffabile gemmazione delle parole. Posseduti da uno spirito di rabdomante come Andrea Zanzotto, il poeta che ricevette dal regno di Selene la "voce per esprimere i suoni che sua sorella Gea gli trasmetteva attraverso la suola delle scarpe".

La vita è sogno per Calderon de la Barca e Borges. La vita è teatro per Pirandello, Pessoa, Artaud. La vita è desiderio per Almodovar, Mercé Rodoreda, Fabrizio de André. La vita è un circo per Beckett, Kafka, Fellini. C'è un po' di Tabucchi in ciascuno di loro, un po' di ciascuno nelle pagine di Tabucchi. Un codice condiviso, una presenza nell'assenza. Un ricordo del ricordo altrui. La clownerie del vivere, dove farsa e tragedia mescolano i loro tratti. È l'urlo di Munch e la disperazione di Giobbe, è il piccolo cane sepolto nella sabbia di Goya. È la sciocchezza chiamata letteratura: lo "specchio dove riconoscerti, se ti cerchi, o soprattutto se non hai altre uscite".

Di tutto resta un poco è un libro di affinità elettive e grande complicità. Non solo con gli amati scrittori, quelli che "avevano consumato le scarpe", ma con ogni lettore e con l'idea stessa di letteratura, di cui lo scrittore toscano amava prendersi gioco per condurla per mano su strade inattese. Prendete la Lettera di un orologiaio svizzero, autoironica riflessione sul concetto di tempo e insieme straordinario commiato: "tutto è nel Tempo, eccetto il Tempo stesso". E quando il tempo finisce, di tutto non rimane che un Residuo, come dice il refrain del dolente canto di Drummond de Andrade che dà il titolo al libro: di tutto resta un poco.

Ben più di poco, da persona generosa qual era, ha lasciato Tabucchi ai suoi amici scrittori e al popolo di lettori. Fra le altre cose, la sua testimonianza di intellettuale estraneo al potere ma sensibilissimo ai diritti umani, "rivoluzionaria" persona per bene.

Tabucchi
Di tutto resta un poco
Feltrinelli
304 pp., 20 euro

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