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Stephen King, On writing

Il manuale di scrittura del Re del brivido, sotto forma di autobiografia

Stephen King, On writing

Giulio Passerini

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Erano anni ormai che On writing di Stephen King era introvabile. Un gran peccato, perché oltre a essere un buon manuale di scrittura è anche il libro in cui King ha messo più di se stesso. Torna ora in libreria per Frassinelli in una nuova edizione, con una bella introduzione di Loredana Lipperini e la traduzione di Giovanni Arduino (la cui voce è già ben nota agli appassionati dell’autore). On writing è il saggio in cui il Re del brivido racconta come tutto è cominciato e cosa è successo strada facendo. Un curriculum vitae più che un manuale di scrittura, come afferma lo stesso autore. Un manuale di sopravvivenza, aggiungerei.

Infanzia di uno scrittore
La prima storia la scrive da bambino, ricalcando uno dei suoi fumetti preferiti. La mamma, esaltata, gli dice bravissimo ma gli consiglia anche di scriverne uno per conto suo. ‘A quell’idea provai una sensazione di immensa possibilità’ scrive, ‘come se mi fosse stato dato libero accesso a un gigantesco edificio pieno di porte chiuse e fossi stato autorizzato a spalancare quelle che preferivo. Nel corso di una vita, nessuno sarebbe mai riuscito ad aprirne così tante: una certezza scaturita allora e che ancora mi accompagna’.

L'orrore quotidiano
Per King le storie non sono solo una porta su altri universi ma parlano anzitutto del nostro mondo, di noi, e di lui. I dolori, le paure, le angosce di ogni giorno, tutto parte da lì. Come quando una babysitter affetta da meteorismo compulsivo lo punì rinchiudendolo in un armadio, al buio, fra i resti del suo vomito. Per non parlare del giorno in cui, da ragazzino, uno dei suoi migliori amici venne tranciato in due da un treno in corsa. Figlio di un padre assente e di una ragazza madre, sempre in fuga da un posto all’altro, non c’è da stupirsi se “il piccolo Steve” maturò una certa confidenza col sentimento della paura.         

Come nascono le storie
Ma non è da questo che nascono le storie, né da una vita particolarmente eccitante (quella di King di certo non lo è stata). A un certo punto di On writing si legge: ‘Chiariamo subito un punto, d’accordo? Non esistono un Magazzino delle idee, un Supermercato delle Storie o un’Isola dei Bestseller sepolti. Le buone trovate nascono quasi letteralmente dal nulla, piovendovi in testa da un cielo all’apparenza limpido: due pensieri in precedenza disgiunti si uniscono, creando qualcosa di nuovo sotto il sole. Il vostro compito non è mettervi a caccia di certe illuminazioni, ma saperle riconoscere quando si presentano’. Misery, per esempio, è nato da un sogno e da una frase appuntata sul tovagliolo di una compagnia aerea (con una certa complicità da parte di una vecchia scrivania di Kipling). Carrie, dai distributori di tampax nello spogliatoio femminile di una scuola dove King lavorava come guardiano estivo.

Il paleontologo innamorato
Scrive Loredana Lipperini dell’introduzione: ‘Le storie sono fossili sepolti, frammenti di mondi altri che ti capitano per le mani in modo imprevisto: la scrittura non è acqua sorgiva che zampilla dalla roccia, ma è impastata di fango. Chi scrive è un cercatore con la faccia rivolta a terra, non ha i capelli al vento e la luce negli occhi di chi si ritiene strumento degli dei’. Scrivere è fatica, solitudine e frustrazione, tutti i più grandi scrittori lo sanno bene: ‘quando vedo un primo romanzo dedicato a una moglie (o a un marito)’, ci dice King, ‘penso: ecco qualcuno che sa. Avere vicino una persona che crede in te costituisce un’enorme differenza’.

L'alcol e le droghe
È proprio leggendo del rapporto fra King e la moglie Tabitha che si imparano alcune delle lezioni più grandi. Non si sopravvive all’alcolismo (una cassa di lattine da mezzo litro di birra ogni sera), alle droghe (cocaina, Valium, Xanax, codeina, colluttorio), al successo planetario, a un incidente d’auto devastante e a una vita immersa nell’orrore se si è da soli. Alcune delle pagine più commoventi del libro sono dedicato proprio a Tabitha e alla famiglia che hanno costruito insieme. Non importa quanto tu possa essere talentuoso o in gamba, non importa se sei capace di scrivere un romanzo così sbronzo da non ricordarti neanche di averlo fatto (il romanzo in questione si intitola Cujo). Nessuno si salva da solo.  

Come si diventa uno scrittore
Quanto alla scrittura, invece, il  consiglio principe di Stephen King, quello da cui tutto il resto discende, è uno solo: proteggete il vostro entusiasmo. È un consiglio semplice, che magari in un primo momento può passare in secondo piano rispetto alla spiegazione delle tecniche narrative e dei trucchi del mestiere per portare a casa un romanzo (che nel libro ci sono, e in misura abbondante). Ma è l’unica cosa che conta davvero. Scrivere e leggere tanto, con entusiasmo. On writing non è un saggio metodico e ordinato su come si diventa un grande scrittore. Come dice il sottotitolo, è l’autobiografia di un mestiere, un libro irregolare e asimmetrico che scappa da tutte le parti. Un luogo dove scrittura e vita si intrecciano senza alcuna pretesa di esaurire il trattamento dell’una o dell’altra. Una confessione. Un gran bel libro. 

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