Carnefici e spettatori, Alessandro Dal Lago: 'Non abituiamoci all'orrore'

Tragedie spettacolarizzate, volti tumefatti, corpi dilaniati... Il sociologo polemizza con media e intellettuali narcisi

Credits: Illustrazione di Marco Calcinaro

di Jacopo Guerriero

Da 25 anni l’Occidente combatte guerre in mezzo mondo senza che la sua vita quotidiana subisca alterazione, senza che questo produca scandalo. Solo indifferenza. Forse anche queste premesse avranno mosso Alessandro Dal Lago alla scrittura di Carnefici e spettatori (Cortina editore, 220 pagine, 13,50 euro). Tra i maggiori sociologi al mondo, anomalo nella sinistra italiana, l’autore, nel suo nuovo volume, parte da una constatazione: la religione civile della notizia (non importa più se vera o falsa) detta tempi e liturgie, ma la lingua spettacolare annulla i fatti, la commozione del male è un ricordo. Cos’è cambiato, allora, nel nostro sguardo? Fra presente e passato, ecco un libro che comincia dove finisce l’eclissi del giornalismo.

Se le notizie sono tutto e dappertutto ma senza effetto, dove cercare forza di verità?
Penso che si tratti di trovare un punto di osservazione antropologico, dotato, letteralmente, della stessa estraneità curiosa e scientifica con cui un tempo gli antropologi studiavano le culture "altre". Naturalmente, nel caso della nostra cultura (occidentale, sviluppata) è necessario che lo sguardo sia fondato su una certa consapevolezza storica.

Con quale obiettivo?
Solo questa potrebbe consentirci di affrontare un’assenza, come appunto la non rappresentazione della guerra. Oppure di discutere fenomeni così singolari da passare inavvertiti, anche se sotto gli occhi di tutti. Farò un esempio: gli incontri di arti marziali professionistiche maschili e femminili trasmessi dalle tv a pagamento. Alla fine dei match, gli atleti e le atlete hanno quasi sempre il volto insanguinato e tumefatto, non sono infrequenti fratture agli arti o lussazioni. Ebbene, come è diventato normale tutto questo? Credo che lo sguardo antropologico sia indispensabile per comprendere la funzione anche di questi spettacoli.

Tornando alla guerra, è anche un problema di mediatori. Nel libro lei polemizza con Bernard-Henri Lévy. È ancora possibile pensare a un ruolo degli intellettuali nella società?
Le retoriche autocelebratorie dilagano nel mondo, ma il fenomeno è anche italiano. Questo modello, che si potrebbe chiamare della denuncia narcisistica, coinvolge scrittori di successo come Roberto Saviano; magistrati e neoleader come Antonio Ingroia (penso al suo libro Io so); personaggi come Michele Santoro e Marco Travaglio. Si tratta di un modello usato da certi media in chiave d’influenza pubblica: non c’è praticamente malefatta organizzata su cui Saviano non si esprima. E non parliamo dei comici, come per esempio Beppe Grillo. È come una riedizione dei "muckraker" (letteralmente, i rivoltatori di fango), i giornalisti d’inchiesta che all’inizio del secolo XX, negli Usa, scoprivano e denunciavano i lati peggiori della società americana. Con la differenza che i muckraker lottavano contro le macchine politiche e amministrative da una posizione marginale (scrivevano tutti per la stampa indipendente o di provincia), mentre quasi tutti i personaggi citati sopra hanno alle spalle potenti macchine mediatiche o movimenti politici. Si realizza così il paradosso che un Saviano, una vera potenza della comunicazione pubblica, un intoccabile e incriticabile (lo so per esperienza personale), parla di censura appena qualcuno non è d’accordo con lui. Io credo che gli intellettuali, come diceva Hannah Arendt, perdano qualsiasi capacità di autentica persuasione quando sono in condizioni di potere.

C’è stato un punto, nella storia, in cui si è cominciato ad avere orrore nel pensare un legame sociale basato sull’idea di sacrificio?
Credo che quella del progresso (assoluto o relativo) sia una mitologia a cui hanno contribuito importanti filosofi e pensatori come Blumenberg, Habermas e Popper, e sociologi come Norbert Elias. Secondo me non di progresso si tratta, ma di neutralizzazione: il legame sociale è costruito, oggi come ieri, sulla violenza mimetica, ma questa, dalla metà dell’Ottocento in poi, non si può mostrare. Oggi i riferimenti alle violenze di polizia, alle carceri, eccetera, sono sempre indiretti, e retorici, ma allusivi.

Insomma orrore silenziato...
Le sofferenze non si possono far vedere, nessuno è ritenuto mai direttamente responsabile, i governi sono indifferenti, perché sanno, forse, che in fondo i cittadini vogliono la punizione dei criminali e dei colpevoli e vogliono che i detenuti soffrano. Io ho sempre simpatizzato per la sinistra radicale, ma oggi sono stupefatto dalla presenza di tanti sostituti procuratori nella cosiddetta sinistra, dal giustizialismo, dall’evidente ossessione per le manette.

Cortocircuito?
Che razza di sinistra è quella che rinuncia alla sua storica lotta per i diritti dei deboli e il superamento della penalità?

Allargandoci un poco rispetto al suo libro, allora, forse non è un caso che il Vietnam non sia mai stato raccontato da un grande romanzo, magari fa eccezione solo Karl Marlantes con «Matterhorn».
È la guerra in generale, non solo quella del Vietnam, a non essere raccontata o raccontabile oggi, se non in modo tangenziale, paradossale, metaforico. La guerra era massicciamente presente nel cinema fino agli anni Sessanta, come rievocazione del secondo conflitto mondiale (la lotta del bene contro il male), molto meno dopo e pochissimo oggi, e comunque senza successo.

Quali conseguenze ha tutto ciò sulla nostra vita?
La neutralizzazione del dolore e l’esclusiva dimensione mediatica di qualsiasi significato pubblico aprono la strada all’impensabile. Si pensi alla terribile situazione della Grecia. Qualche tempo fa Ernesto Galli della Loggia ha scritto un editoriale assai forte sull’incredibile indifferenza dell’Europa davanti a un paese in cui i bambini si stanno ammalando in massa per mancanza di cure adeguate e il 50 per cento della popolazione è sotto la soglia della povertà. Ebbene, nell’opinione comune, tutto questo è implicitamente giustificato, soprattutto nell’Europa del Nord, con lo slogan tipicamente protestante: "Se la sono voluta loro, così imparano a sperperare".

Strana coppia lei e Galli della Loggia.
Per una volta (non mi capita spesso) ho condiviso pienamente l’articolo di Galli della Loggia. Ma mi chiedo: la Grecia è un’eccezione? Penso di no. Qualsiasi altro paese, quando è marginale nell’economia sviluppata, è lasciato al suo destino. La tecnologia ha un peso enorme in tutto questo, ma ancora più letale è il ruolo di un sistema globale dell’informazione che, quanto più produce news, tanto più ottunde la capacità di percepire sofferenze e ingiustizie.

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