Il cielo indifferente di Vasken Berberian

Nel nuovo romanzo del regista armeno la storia di due gemelli separati alla nascita cui toccano destini diversi. Un viaggio perenne per fare ritorno a casa, dai ghiacci siberiani alle dolci sponde del Mediterraneo

Sotto un cielo indifferente di Vasken Berberian, dettaglio di copertina – Credits: Sperling & Kupfer

Anna Mazzone

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Sotto un cielo indifferente le vite si moltiplicano, si uniscono, si separano, si ritrovano. Il nuovo romanzo del regista armeno Vasken Berberian, (Sotto un cielo indifferente, Sperling & Kupfer ) è una scatola cinese di Storia e storie in cui ci si guarda costantemente allo specchio, con i piedi perennemente in movimento. Dalla Turchia alla Grecia, e poi i campanili delle chiese di Venezia e la tundra siberiana spazzata dal vento gelido dell'insensata ferocia sovietica. L'essenza stessa della vita come un viaggio senza fine, come una fuga continua, come prigione e anche come anelito alla libertà.

Le storie di Mikael e Gabriel, due gemelli separati da piccoli, che Vasken Berberian racconta con infinita tenerezza e profondo dolore, si incastonano in una storia più grande, quella del popolo armeno decimato dal genocidio del 1915 perpetrato dai Giovani turchi, il primo genocidio del Novecento. Il genocidio dimenticato da tanti e negato dai turchi, che ha costretto i sopravvissuti a sparpagliarsi per il mondo, mantenendo però ben saldo nel cuore il legame profondo con la terra d'Armenia, che ancora oggi continua a stillare quell'odore che sa di buono, di casa, di radici, di salvezza.

Ma, Sotto un cielo indifferente non racconta il genocidio, ce lo fa respirare in ogni pagina senza però tratteggiarlo, perché la storia nella Storia che viene man mano delineandosi è quella di una famiglia semplice e povera. Una famiglia armena come tante altre che nel 1937 a Patrasso, in un campo profughi, si arricchisce con l'arrivo di due gemelli maschi ai quali vengono dati i nomi di due arcangeli, Mikael e Gabriel. Su di loro il padre Serop si convince penda una maledizione, che legge negli occhi di Mikael, quello nato con il cordone ombelicale attorcigliato attorno al collo del fratellino.

Così, quando Serop, senza lavoro e senza più soldi, si trova a fare una scelta disperata, affida il "gemello maledetto" a una famiglia di ricchi armeni. I bimbi sono piccoli, dimenticheranno tutto. Ma il padre non tiene presente che il sangue è un richiamo costante, anche a distanza di migliaia di chilometri, anche quando non si conosce la verità, ma c'è un campanello che ogni tanto trilla nell'anima e spinge a rovistare nei cassetti, fiutando un mistero da risolvere, un enigma da sciogliere.

Due vite, due destini. Mikael, brillante e ribelle, studia nel collegio armeno di Venezia e nella città italiana diventa uomo e si innamora. Gabriel, invece, segue i genitori quando questi decidono di fare ritorno in Armenia. E' il 1952 e nell'Unione Sovietica c'è ancora Stalin, che promuove una "campagna per il ritorno" degli armeni in patria. Una sirena ammaliatrice quella del tiranno comunista, che incanta e incatena a un destino orribile molti di coloro che speravano di poter avere un futuro migliore tornando a casa, nella "dolce e addolorata" Armenia.

Ma quello che aspetta Gabriel e la sua famiglia è un destino molto diverso da quello sognato. Un libro di William Saroyan in lingua inglese condanna padre e figlio al gulag in Siberia. La famiglia Gazarian ancora una volta si smembra. La Storia si ripete, divide invece di unire. Ma Mikael, pur essendo lontano e non ricordando i suoi primi mesi di vita quando dormiva guancia a guancia col fratellino Gabriel, avverte che la ferita si è nuovamente aperta. Sotto la doccia del collegio di Venezia piange perché si sente triste, anche se non sa, non capisce da cosa trasudi quella tristezza. Un'altra deportazione, un altro viaggio in terre lontane carico di sofferenze e dolore. 

Dalla Turchia all'Unione Sovietica. Oppressori e oppressi, vittime e carnefici, sotto un cielo che resta indifferente come le stelle che stanno a guardare di Cronin. Berberian, in modo raffinato e profondamente emotivo, ci racconta la tragedia dei gulag sovietici vissuti con gli occhi di un giovane armeno di appena quindici anni, la cui unica colpa è quella di amare un libro vietato perché americano, un libro che incarna il verbo dei "nemici del popolo".

Eppure, la speranza non muore e pagina dopo pagina Vasken Berberian ci porta a intravedere all'orizzonte una riunione dopo tante separazioni, sorrisi dopo molte lacrime, con l'intervento "salvifico" di una figura femminile il cui nome, Novart, in armeno significa bocciolo di rosa.

Insomma, i due fratelli che si sono persi si ritrovano grazie alla comprovata telepatia tipica dei gemelli? Non solo, anzi, non proprio. Quando si parla di armeni le cose non sono mai così semplici come sembrano, ed ecco saltare fuori il tema della memoria custodita dagli scatti fotografici, che raccontano di quelli che ci sono stati e che non ci sono più e di quelli che sono restati pur perdendosi. Occhi dello stesso colore, mani con le stesse lunghe dita per suonare il pianoforte. Il sangue chiama. La vita vince sempre, diceva lo scienziato Jeff Goldblum in Jurassic Park.

Sotto un cielo indifferente è scritto con uno stile limpido e una cifra semplice. Le parole scorrono come le immagini di un film, nel quale si alternano paesaggi opposti in cui si muove un dolore che non viene mai mostrato nella sua forma più brutale, ma che viene invece costantemente svelato, pagina dopo pagina, in un crescendo di vivide emozioni e di colpi di scena, in cui il peso di una nostalgia profonda colora di blu il sangue degli armeni. Blu, come il cielo che non emette suoni, né tende una mano.

Sotto un cielo indifferente

Vasken Berberian

Sperling & Kupfer, 481 pagine 

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