'Sosteneva Tabucchi': un ritratto dello scrittore in otto racconti

"Gli scrittori non scrivono la Storia, raccontano delle storie", ha affermato Antonio Tabucchi. In questo libro otto scrittori evocano memorie e atmosfere tabucchiane attraverso il proprio, personale modo di narrare. Ne tramandano così l'eredità spirituale più preziosa.

Sosteneva Tabucchi, particolare della copertina – Credits: Disegno di Silvia Magli

Michele Lauro

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Antonio Tabucchi ha lasciato dietro di sé una sorta di sciame letterario, una trama di relazioni, un pulviscolo di storie ancora da narrare. Sull'asse geografico compreso tra Pisa e Vecchiano, Parigi e Lisbona l'ordito si infittisce e ogni tanto si coagula in un libro. È il caso dell'antologia curata da Luca Ricci per l'editore pisano Felici: Sosteneva Tabucchi . Otto voci diverse nell'approccio, nello stile e nel soggetto, capaci però insieme di restituire un'immagine di Tabucchi, come annuncia l'editore nella nota introduttiva, ben poco "museificata".

Agostinelli, Bigongiali, Costanzo, Malvaldi, Pelliti, Riccarelli, Ricci, Scarpellini. Una brigata dalla "toscanità" spiccia e spiccata come la città natale di Tabucchi. "Una città grande e sgradevole, pressoché disabitata". Così dicevano di Pisa tra il 1818 e il 1822 Percy e Mary Shelley, che poi fecero armi e bagagli per trasferirsi proprio in riva all'Arno, chiamando a raccolta i loro amici scrittori. Una complicità segreta fatta di luoghi, incontri, scoperte, alchimie. Pisa è una città perfetta per gli scrittori perché "deprime il giusto", dice Luca Ricci in una pillola del suo contributo prima di regalare un divertente cameo di Tabucchi in coda alla Feltrinelli.

L'ultima testimonianza di Ugo Riccarelli si ritrova fra queste pagine nel memoir intitolato "Il signor Tabucchi è desiderato al telefono". Con particolare nitidezza l'autore di L'amore graffia il mondo spiega il segreto della poetica tabucchiana: l'uso della finzione per giungere a un'altra verità, non misurabile ma forse più profonda di quella scientifica. Poi lascia spazio al maestro, riportando l'inedito testo che Antonio scrisse per il programma di sala dello spettacolo teatrale Piazza d'Italia. Una appassionata digressione sul rapporto tra Clio e Mnemosine, storia e memoria, letteratura e storia.

La vita è fatta di casi e ogni altrove avrebbe potuto essere quello possibile. Il caso che portò Tabucchi a scegliere Lisbona è racchiuso, com'è noto, in un libro di poesie a firma del misterioso Alvaro do Campos trovato per caso un giorno su una bancarella parigina alla Gare de Lyon: Tabacaria. Sergio Costanzo raccoglie in "Istrici e mulini" il succo lirico di quell'evento ineffabile, trasformandolo nel sogno notturno di un viaggiatore. Spagna o Portogallo, Cervantes o Pessoa: fu una scelta dettata più dall'istinto, dal cervello o dal destino? Chissà. Intanto sono pezzi di vita metamorfica divenuti materia plasmabile, letteraria, leggendaria.

Il "prestito" di se stesso come musa narrativa è probabilmente una delle soddisfazioni più grandi che Antonio Tabucchi si sta prendendo dal suo altrove. La mitopoiesi sboccia dai semi del suo io cosmopolita disseminati qua e là per il mondo, a loro volta debitori dell'eteronimia pessoana e nello stesso tempo profondamente radicati a Vecchiano. Ma scaturisce anche dai personaggi spinti nei suoi romanzi a smarrirsi in mille rivoli, oltre il proprio destino di figure letterarie. E perfino dalla sua stessa immagine pubblica di intellettuale, che ispira a Matteo Pelliti il racconto intitolato "Il sogno del ferroviere".

È un'immagine ben precisa: la foto in bianco e nero del traduttore-fotografo Bernard Comment in cui Antonio Tabucchi "ride sopra i baffi". Spicchi d'anima nell'enigma di un volto pensoso. Ironia della sorte, un altro celebre scatto di Tabucchi in bianco e nero, questa volta di Alessandro Pino, è fra le icone del recente libro fotografico che Contrasto ha dedicato agli Scrittori . Ritratti di scrittori che diventano icone, icone che diventano racconti. A conferma che "se l'immagine è venuta a provocare la scrittura, la scrittura a sua volta ha condotto l'immagine altrove, in quell'altrove ipotetico che il pittore non dipinse".

La vita e l'opera di Tabucchi sembrano avere insomma le caratteristiche di un opera aperta, cui ciascun artista ha diritto di attingere per catturare la propria sinestesia, per scrivere una storia nuova con ingredienti antichi, anzi che esistono da sempre. Come una sorta di lievito, come una rete di corrispondenze tendente all'infinito. È l'ultima lezione di democrazia che il grande scrittore ci ha lasciato.

Sosteneva Tabucchi
Felici Editore
pp. 160, 12 euro

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