Siri Hustvedt, Vivere, pensare, guardare

Fra neuroscienze, letteratura, arte e filosofia la scrittrice ci porta alla scoperta del suo mondo in un viaggio intellettuale affascinante

Giulio Passerini

-

Fra chi mangia, prega, ama, e chi sceglie di Vivere, pensare, guardare , corre solo una piccola differenza di baricentro: per i primi si colloca fra l’addome e lo sterno, per i secondi poco più su. Siri Hustvedt, con questa raccolta di saggi appena editi da Einaudi, si colloca decisamente nel secondo gruppo.

Ha molto scritto, la Hustvedt , e molto pubblicato anche in Italia, ma questo è il primo libro della sua produzione che ci capita fra le mani, probabilmente anche uno dei più spuri (è un fuori collana, in effetti, a disagio fra la saggistica in senso stretto così come fra i memoir) senz’altro molto cerebrale. Eppure piacevole.   

Non si definirebbe la Hustvedt una scrittrice “brillante”, piuttosto “lucidamente riflettente”. Le esperienze squisitamente intellettuali che racconta non hanno il sapore di universalità proprio del saggio, ma quello familiare dei fatti privati. La persona dell’autrice non getta luce sul mondo, ma si propone come specchio per rifletterne le manifestazioni. Un esercizio squisitamente intellettuale che ha il pregio di illuminarsi, di tanto in tanto, con veri sprazzi di poesia in cui emerge tutta la grana della scrittrice.

Nelle tre sezioni in cui si divide il libro l’attenzione della scrittrice (e il baricentro delle sue riflessioni) si spostano sempre più verso l’esterno partendo dalla propria interiorità: la prima parte, Vivere, è dedicata alla memoria, agli affetti, ai desideri e alle aspirazioni, la più calda e più riuscita a nostro modo di vedere. La seconda parte, Pensare, e la terza, Guardare, sono invece più fredde, più tecniche nell’affrontare temi di varia natura (soprattutto legati ad arte, letteratura, psichiatria e neuroscienze). Più affascinante insomma quella ricerca che, con una parola cara alla scrittrice (e all’ottima traduttrice Gioia Guerzoni), potremmo definire “incarnata”.

Se si volesse trovare un filo conduttore nelle riflessioni della Hustvedt, potrebbe essere l’elogio dell’ambiguità che la scrittrice definisce così: «Non ubbidisce alla logica […] è per sua natura contraddittoria ed enigmatica, una sconcertante verità di nebbie e brume». Neuroscienze, psicologia, classici della letteratura e storia della medicina si mescolano a formare un dottissimo mosaico in cui ogni tassello va a ricomporre un mondo da spiegare e al contempo complicare. Più si conosce più si è in grado di misurare quanto ancora si dovrebbe conoscere, come in un’illusione ottica in cui aumentando la nitidezza dello sguardo il campo si allarga.

Fra le riflessioni più riuscite andranno annoverante quelle sulla rappresentazione letteraria della psicanalisi, su come affrontare un disturbo cronico (l’emicrania, nel caso della scrittrice), sul coefficiente di realtà dei memoir (basso) e dei romanzi (alto), sulla vicinanza fra memoria e fantasia, sulla sparizione di una cultura condivisa.

Leggere questo libro è come fare un caldo bagno di complessità, piacevole e rilassante. E se dopo il primo centinaio di pagine l’acqua comincia raffreddarsi, restate finché vi va. Lasciate che la prosa della Hustvedt faccia emergere come bolle di sapone alcune semplicità insormontabili, e godetevi la densità delle sue parole. Quando poi farà troppo freddo per i vostri gusti uscite pure ad asciugarvi, sarete comunque riposati e soddisfatti.

@giuliopasserini

© Riproduzione Riservata

Commenti