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Se anche un vecchio ha diritto alla felicità

Un ritratto inedito della senilità, fra desiderio e pulsioni mai sopite, in "La badante", ultimo romanzo di Matteo Collura.

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Antonio Carnevale

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C'è tutto lo scandalo della vecchiaia ne La badante (Longanesi), nuovo romanzo di Matteo Collura. Scandalo perché, messi da parte i cliché di equilibrio e saggezza, si scoprono nella senescenza le inquietudini che mai si vogliono vedere.

Preziosa eccezione, questo romanzo: abbondano quelli di formazione sulla gioventù, infatti, ma non se ne vedono sulla senilità. Non è un caso, visto che gli anziani sono i nuovi invisibili, segregati in casa con le loro badanti. Collura ci mostra invece quella forza che a 80 anni scuote ancora anima e corpo, nella fretta di vivere un altro momento di felicità, a rivendicare, pure da vecchi, il sacrosanto diritto al desiderio.


Capita al protagonista Italo Gorini, docente di lettere in pensione, vedovo da cinque anni, costretto su una sedia a rotelle e prigioniero nella sua gabbia domestica. È forse tenerezza ciò che prova per la badante romena Paula Grigorescu? Niente affatto. In quella mente che fu brillante, e che adesso perde i colpi, albergano ancora pulsioni forti, che sono sentimentali e sessuali, e si mischiano fra loro, in un fremere della carne che si può fare odio e poi diventare sgomento.


È tutta qui, in un corpo che rifiuta la fine, in un cervello che frulla e singhiozza, la turbolenza vitale di tanti anziani che il nostro sguardo evita. E sono tanti davvero. Saranno il 40 per cento gli ultrasessantenni in Italia nel 2030: baby boomers che diventano baby boomerang. Nella sola Lombardia, tanto per fare altri numeri, aumentano di 40 mila ogni anno. Sempre in Lombardia, nel 2014, si è speso per le badanti oltre un miliardo e 600 milioni di euro: lo 0,1 per cento del Pil.


Non si parli però di romanzo sociologico. Filosofico è invece questo scritto dove sentimenti nobili s’alternano a sogni cupi, silenzi, sproloqui, teoremi, nel tentativo di decifrare un mondo ormai sfocato, divenuto estraneo, a partire dai figli e dagli affetti più vicini.


Il professore che si sentiva onnipotente è finito invece come il Napoleone ritratto da Oscar Rex, confinato nella Sant’Elena dell’oblio sociale. Come reagire, allora, alla pubblica cecità? Cercando conforto tra filosofi e poeti, magari. Oppure, invece, «liberandosi dall’obbligo della decenza», per darsi «agli immensi vantaggi della vergogna».


La badante però non è soltanto questo. È anche la presentazione di un enigma, di una mutazione che è anche famigliare. Leggere questo romanzo è come perdersi in un labirinto borgesiano: un dedalo di sentimenti, dove lo spavento iniziale cede il passo, lentamente, a un dolcissimo abbandono.

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