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Sandro Veronesi, 'Terre rare' - La recensione

Il mondo come un piano inclinato: la lunga fuga verso la verità nell'atteso sequel di Caos calmo

terre rare

Terre rare, particolare della copertina – Credits: Reiner Riedler / Horizon #01

Il primo elenco arriva dopo pagina 300 (le piccole cose belle che non ho mai fatto) ma resterà l'unico del libro. Fare elenchi non è più un'ossessione rassicurante, anzi suscita pensieri minacciosi. Peccato, perché le liste di Caos calmo erano un leit motiv indimenticabile. Ma otto anni dopo Pietro Paladini ha cambiato tutto: città, lavoro, compagna, abitudini tranne una: guardarsi dentro a voce alta.

Il sequel del fortunato romanzo premio Strega 2006 è un nuovo un ossimoro allitterante di due parole bisillabiche, Terre rare. Titolo che serba, come l'altro, una simbologia ricca e segreta. Si legge in piena autonomia, ma se conoscete il valore del tempo, la memoria, i ricordi, se otto anni vi sembran pochi, se ricordate come Sandro Veronesi è capace di accalappiarvi nella sua rete, insomma se avete amato Caos calmo il piacere sarà un po' maggiore.

D'altronde viene spontaneo visualizzare la barba di Nanni Moretti che riversa fiotti di sarcasmo sulla mediocrità del genere umano e sulla propria. Magari nell'abitacolo di una Audi Q3, o in campo lungo davanti alla tomba di un cimitero, oppure seduto tra i banchi di un supermercato in preda a un attacco di claustrofobia. Però Pietro Paladini resta prima di tutto un personaggio letterario, impegnato in un corpo a corpo esistenziale con il suo doppio. In questo libro il suo artifex ne sbozza i tratti più enigmatici e sfuggenti. Il tumulto di vita che gli scoppia addosso è l'espediente narrativo per rimetterne a nudo la cruciale debolezza di fronte all'opacità del mondo e all'improvviso scoppio del male.

Il padre modello dedito all'amata figlia e addirittura ai figli della nuova compagna / Il maschilista piccoloborghese seduttore e manipolatore di donne. Una brava persona che ha fatto delle cattive scelte / Una brutta persona che ha cercato redenzione illudendosi di fare la scelta migliore (per sua figlia, per sé stesso?). Chi è davvero Pietro Paladini? Le antinomie affogano nelle sabbie mobili del darwinismo affettivo. Nei doppi legami che inquinano le relazioni fra i sessi. Nell'odore di bruschi rapporti umani consumati controvoglia, dentro e fuori la famiglia. Cioè la materia che, ancora una volta, Sandro Veronesi scartavetra finemente.

Per sopravvivere a un lutto bisogna elaborarlo oppure rimuoverlo. Pietro Paladini non può fare né l'una né l'altra cosa. Il suo lutto si è cristallizzato nel morso solipsistico del senso di colpa e concretizzato nelle ossessioni e nella fuga. Il cambio di vita, il rifugio nella semplicità volontaria, il passaggio dalla sovraesposizione milanese alla mimetizzazione nell'hinterland romano sono l'altra faccia del rimorso per aver fondato la propria vita sentimentale e familiare sulla finzione. Ognuno a modo suo, la gente sta male. Quello di Pietro somiglia più a un fastidio a bassa intensità. 

Pietro Paladini è pronto per un nuovo Big Bang. La figlia Claudia, quasi maggiorenne, sta per spezzare la catena che faceva di lui il tramite col mondo vero. Lei ha diritto di vivere in autonomia il suo lutto. Viverlo fino in fondo. Sono la fragilità, la solitudine, la vulnerabilità, la distrazione e la dimenticanza - intese come la condizione "normale" dell'esistenza - a renderlo un personaggio letterario. La conoscenza sottile dei prodigi di cui è capace la psiche umana quando si trova sotto pressione, non lo salva dalla coazione a ripetere errori fatali.

Perfino dalla disperazione emanano pensieri capaci di scendere i gradini dell'abiezione, piccoli orrendi segreti destinati a dissolversi in una delle tante morti che tocca sopportare prima di morire del tutto. Basta, questo, a farne una cattiva persona? "Non vedo nessuna soluzione ma di sicuro ammiro il problema", dice la massima del fumettista e scrittore statunitense Ashleigh Ellwood Brilliant posta in esergo del quattordicesimo capitolo.

Ma Terre rare non è il romanzo cupo che potrebbe sembrare. Veronesi lo innerva della proverbiale ironia, giocando con le citazioni in apertura dei capitoli che costituiscono nel loro insieme una piccola raccolta di eterogenei haiku, da David Foster Wallace ("Se non avete mai pianto e volete piangere, fate un figlio") a Thelonious Monk ("Ho fatto gli sbagli sbagliati"), da Dylan Thomas ("Tutto ciò che facciamo evoca un demone") a Kermit la Rana ("Non è facile essere verdi"). In mezzo a colpi di scena degni di un action movie spicca la doppia incursione sociolinguistica nelle borgate dei coatti romani e nei salotti dei parvenu milanesi, parabola divertente e amara sul destino di omologazione che ci attende.

L'ansia si placa inattesa sul lungo dialogo tra figlia e padre, o meglio sul monologo di una ragazza di fronte a un padre che - per la prima volta - ascolta. Dalle Terre rare della sincerità stilla l'istante assoluto in cui un genitore si accorge che il frutto del proprio sangue è volato via e gli sta parlando da un altrove che sarà per sempre. Non è più mia, non lo è mai stata (ma allora nemmeno quando l'aspettava davanti a scuola...). Non sono più io. Forse. Magari. Finalmente.

Sui titoli di coda mi par di sentire ancora il ritornello di Ivano Fossati a cantare le ambiguità del sentimento umano: "L'amore trasparente non so cosa sia... Sarà anche il gioco della vita ma che dolore".

Sandro Veronesi
Terre rare
Bompiani
414 pp., 19 euro

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