A San Patrignano con Simona Atzori

La giovane scrittrice, priva di braccia, incanta i ragazzi. Parla della sua vita e dell'ultimo libro in un incontro organizzato da Banca Mediolanum

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La scrittrice Simona Atzori – Credits: Silvia Morara

Sergio Luciano

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"Io intanto inizio a gesticolare, perché io faccio così”, e via con un sorrisone dolce, luminoso e allegro. Simona Atzori gesticola, ma in un modo tutto suo: lo fa con i suoi piedi, perché non ha le braccia. Fa di tutto con i piedi, ha imparato da quand’è nata, ed è fenomenale. Per quello che fa, per come lo fa, per come sorride vivendo.

Duemilaseicento occhi dei ragazzi di San Patrignano – la comunità di recupero di ex-tossicodipendenti più grande e famosa d’Italia - sono puntati su di lei in questa domenica speciale, per capire se è una sfigata pompata dallo show-system o se è una specie di fata, una super-eroina, ma di un tipo ben diverso da quello che s’iniettavano in vena fino a qualche anno o a qualche mese fa.

“Non è importante quello che sei, è importante quello che puoi diventare, e Simona è un super-eroe. Per questo, data la mia amicizia con Simo, le ho chiesto di venire qui con me. Per donarsi a voi, insieme”, dice, presentandola, Oscar di Montigny, l’atipico direttore marketing di Banca Mediolanum che percorre l’Italia proponendo una visione della vita, del fare impresa - ed anche della sua stessa impresa - che spiazza tutti perché non ha precedenti nel sistema, non solo bancario.

“Io non c’ero una volta, io ci sono adesso”, gli fa eco Simona, e sorride: ”E la mia non è una favola, è uno spettacolo di vita”. A guardarla, si avverte come…un lieve capogiro. Si oscilla tra l’ammirazione, lo stupore e il disagio. Perché quel mal di schiena sottile che tanto ci disturba, quel raffreddore che non se ne va, quel po’ di prostata che ci trattiene troppo in bagno, ti sembrano improvvisamente delle tali cazzate, e tu ti senti così stupido a patirle tanto, e così nano di fronte a questa gigantessa di un metro e cinquanta…che bene-bene non ci puoi restare, come sempre quando qualcuno o qualcosa ti scuotono, ti mettono in dubbio, ti fanno vacillare sulle tue certezze e ti tirano fuori dal calduccio delle tue consuetudini.

Una consuetudine violata è pure questa di Oscar, alto il doppio di Simona, che di mestiere fa il direttore marketing di Banca Mediolanum, ma in pratica ha deciso di sovvertire completamente gli schemi di un ruolo come il suo. “Parlare dei prodotti oggi resta importante, ma non è più solo questa la via”, spiega ai ragazzi: “Bisogna parlare di storie, e di storie vere, che facciano del bene”. Perché Oscar è certissimo – e per ora i fatti gli danno ragione – che fare del bene per la collettività sia una delle nuove missioni delle aziende, il modo migliore per "raccontarsi". Migliore perché è quel che la gente vuole di più; ma migliore soprattutto perché intanto “fare del bene fa bene”, punto.

“Ma chi l’ha detto che le mani debbono essere per forza in alto?”, comincia a raccontare Simona, ironicamente. Ed è un dolce fiume in piena, che affascina, quasi ipnotizza: “Le mie mani sono un po’ più in basso, poi fanno i piedi, fanno le mani, ogni tanto mi guardano e dicono: ohi, ma quante cavolo di cose ci vuoi far fare?”, scherza lei, dal palco di San Patrignano, ma scherza mica tanto. “Si può essere felici senza le braccia? Forse fino a mezzora fa pensavate di no, forse ora qualche domanda ve la state facendo. Si può vivere, sì, senza le braccia, si può vivere bene e prendere quello che gli altri vedono come un limite, come il modo in cui io sono, semplicemente”.

E giù un altro di quei suoi sorrisi che hanno la luce di mille soli. Intanto, seduto accanto a lei, anche Oscar si è tolto le scarpe e le calze, perché Simona, per poter usare le sue mani-piedi, deve essere scalza: così gesticola, afferra il libro, lo avvicina al viso, lo sfoglia, mangia, si trucca, si pettina, insomma lascia senza fiato chiunque di noi – cosiddetti sani – abbia la ventura di vederla dal vero.

E’ una ballerina bravissima – ha danzato per i ragazzi di San Patrignano, ma per tanti prima di loro, tra cui recentemente un certo Papa Bergoglio – ma è anche una brava scrittrice, e il suo primo libro autobiografico ha un titolo che è un pugno nello stomaco: “Cosa ti manca per essere felice?”, un titolo che tanti ragazzi qua in sala rimuginano, sani, forti, belli, eppure infelici, ma probabilmente da oggi un po’ meno.

C’è sicuramente un momento di dolore, anche in questa incredibile sinfonia di forza e di vita che si dipana davanti agli occhi della comunità, grazie alla grazia di Simona: ed è quando questa eroina, che è insieme bravissima danzatrice e bravissima scrittrice, illustrando il suo secondo libro – “Dopo di te” – parla della madre, morta un anno fa.

Dolore di Simona, che ha per qualche istante un velo nella voce e negli occhi, ma anche dolore in sala – senza dubbio – perché questa ragazza, che a questo punto della sua testimonianza è ormai diventata l’eroina di tutti, ha l’umiltà radiosa di riconoscere che nella sua dimensione tutta particolare, e nella sua forza straordinaria, non è stata sola, mai: anzi, si è trovata accanto una madre e un padre speciali, proprio quelli che in tanti casi – non sempre, ma molto spesso - sono mancati ai ragazzi di San Patrignano.

Una storia di coraggio, il suo come quello dei suoi genitori, dunque. Che somiglia al coraggio dei ragazzi che hanno saputo dire “basta” e provarci, a venire qui a San Patrignano per uscire dal tunnel. E dev’essere un coraggio grande, a suo modo, anche quello di di Montigny, che sfida il rispetto umano, non teme l’accusa sempre possibile di retorica e spende il suo ruolo, mettendo in gioco la credibilità della sua azienda ma soprattutto propria, non per fare un ovvio marketing commerciale per affermare un principio e un messaggio: cioè che oggi una grande impresa non può più disinteressarsi al destino del mondo e delle persone, e deve mettere le sue risorse a disposizione del bene, anche e soprattutto se lavora direttamente per la gente e col denaro.

“Ho raccontato proprio qua, in questo libro, ‘Dopo di te’”, riprende a dire Simona, che intanto lo sfoglia con le sue “mani basse”, “il periodo più difficile, perché la mia mamma si è ammalata ormai un paio d’anni fa, e da lì la mia vita ha iniziato a cambiare, e la mia mamma era anche le mie braccia in tanti sensi, e io racconto questo periodo e ho voluto farlo perché era l’unico modo per passarci attraverso. Anche il giorno in cui è stata operata, la mia mamma” – e con quanta dolcezza ripete “la mia mamma” – “mi ha chiesto di non stare con lei ma di andare a danzare”.

“Quando ero piccola”, continua Simona, nel suo racconto straordinario, “tanti mi dicevano e dicevano ai miei genitori: ‘Simona non potrà camminare’, e mia mamma rispondeva: ‘Ma ha le gambe, perché?’. ‘Simona non potrà mangiare, scrivere, non potrà fare tante cose’. Fortunatamente mia mamma e mio papà non c’hanno creduto ed hanno lasciato che tutti  quelli che erano limiti rimanessero in chi li vedeva, e non in me. Quando andavo nella mia scuola di danza e tutte le bambine della mia età pure mi guardavano e si vedeva che pensavano: ‘Ma ‘sti genitori, che le dicono che può diventareballerina, ma come gli viene?’’, non mi fermavo, non ci facevo caso. Perché semplicemente loro mi hanno amata, hanno creduto in me e mi hanno accolto così com’ero. Questo mi ha aiutato, mi ha aiutato tantissimo sentire che Simona era stata disegnata così e con quel che avevadovevo e poteva vivere la sua vita, la nostra vita”.


Una breve pausa, un altro di quei sorrisi che sembrano un’infinita carezza sulle teste di chi ha faticato tanto e, sotto sotto, non crede ai suoi occhi: “Ho danzato, certo, e per tante persone, ultimamente anche per il papa… E non l’ho fatto, non l’abbiamo fatto per dimostrare qualcosa agli altri ma semplicemente per mostrare che anche noi c’eravamo e ci siamo, che potevamo fare quello che desideravamo, come tutti gli altri. Se ti nasce una bambina come me, tu come tutti gli altri puoi pensare che non ha niente per essere felice, e invece no, abbiamo scoperto una vita possibile, piena, una vita felice, appunto. Questo sorriso che voi vedete ma che è davveromio, lo porto con orgoglio e mi permette, quando incontro qualcuno che mi dice “poverina” con lo sguardo, di sorridergli, perché non sono poverina, e glielo dimostro anche così”.

“Voi siete 1300 ragazzi che hanno storie importanti e soprattutto vere: storie di liberazione”, dice Oscar di Montigny alla platea gremita di San Patrignano. Ed è qui che si ritaglia la sua porzione di coraggio. Lui, un top-manager, che parla di etica, esorta al bene, prende del tempo che qualunque suo collega dedicherebbe solo ed esclusivamente a parlare di quant’è importante il risparmio, e gestirlo bene, e lo investe nel raccontare a questi ragazzi come possono tentare di riscattarsi per sempre dai loro problemi proprio valorizzando la loro storia. Una contraddizione, un limite? E chi l’ha detto? Un limite negli occhi di chi guarda, non in lui che ci crede e in quelli che, ascoltandolo, si commuovono.

“Se riuscirete a vedervi così”, gli dice Oscar, e in sala non vola una mosca, “se riuscirete a voler cambiare il mondo a partire dalla posizione in cui siete, immaginandovi come un dono per gli altri, immaginandovi come un pacco di Natale sotto l’albero di un bambino…. Ecco, vi sarà certamente stato utile osservare Simona e riflettere se non valga la pena fare della vostra vita, della nostra vita, un dono per gli altri oltre che per noi stessi”. “Simona - conclude Oscar - è l’altra possibilità, quella possibilità che solo noi possiamo concedere a noi stessi. Simona ha preso la sua vita nelle ‘sue’ mani, quelle mani che alcuni uomini chiamano ancora piedi, quei piedi che nessuno osa chiamare mani”.

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