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Salvatore Niffoi, "Pantumas": le cose più segrete sono a volte le più conosciute

Ogni libro di Salvatore Niffoi è come un rito magico. Non fa eccezione Pantumas , racconto corale ambientato a Chentupedes, un luogo dell'anima (anzi di 50 anime cioè 100 piedi) che il giorno dei Morti riaccoglie i suoi fantasmi a bere e ballare "con i santi che non hanno voglia di stare in cielo".

Pantumas, paricolare della copertina. (Credits: Ilisso Edizioni: Giuliana Altea, Eugenio Tavolara, Nuoro 2005)

Nel novembre 1964 la parete di casa Liala si anima delle storie che ha portato in dote mannoi Lisandru, tornato dall'aldilà dopo un anno di preghiere della moglie Rosaria. Perché a Chentupedes l'amore assoluto, quello durato tutta la vita, si usa santificarlo con una morte di coppia. Le bobine di Serafinu Marradu proiettano il film della vita del vecchio Lisandru, che intanto come una sorta di Benjamin Button barbaricino torna bimbo fra le braccia della sua amata, prima di affrontare insieme l'ultimo viaggio.

Niffoi si tuffa con generosità istintiva e ferina nel groviglio delle  passioni di un uomo "poco abituato a interrogarsi sulle ragioni ultime  dell'esistenza". Nel suo viaggio della memoria a ritroso ingloba tutto ciò che i nostri ricordi sono abituati a rimuovere, il lato brutto della vita: sangue e lacrime e orrore, povertà e ignoranza, odio e violenza, tradimenti e vendette. Ma solo lì, nella memoria delle pulsioni primigenie e oscure, si trova anche il seme di ogni grande amore.

Pantumas è una raccolta di storie minime e memorabili. Mitologiche e tuttavia moderne, perché ritraggono una società arcaica la cui eco si spande ancora nel presente di un'isola dimenticata, spogliata, ferita, maltrattata, conquistata ma mai del tutto vinta. Nel suo isolamento è la contraddizione che provocatoriamente il vecchio Prinzivalles mette a nudo: diceva che noi sardi avevamo paura di ribellarci e che la politica coloniale ci aveva resi schiavi rassegnati; che eravamo dei coglionazzi perché la nostra terra non ce la sapevamo godere; che "in altre mani questa terra di mirto e di granito diverrebbe un paradiso".

Talvolta su una immaginaria linea di confine si eleva un muro capace di separare le persone. È capitato così ai sardi: hanno vissuto una sorta di limbo temporale, un "non tempo isolano" che li ha portati a vivere il presente con la zavorra del passato, le sue leggi non scritte, il codice d'onore, i rancori antichi, gli imperativi categorici. Coda di un feudalesimo medievale che in Barbagia Niffoi trasfigura in epica, mito, leggenda. Ben sapendo che se da un lato la Sardegna profonda è riuscita a filtrare, preservandosi, l'omologazione della realtà globale, dall'altro ha scontato e sofferto di un'autarchia che ha rischiato di isolarla dal resto del mondo.

Il bardo Salvatore Niffoi cavalca tenacemente il paradosso, offrendo all'altare della letteratura una grammatica musicale che sgorga dal sottobosco di mirto e lentisco su cui poggia la cultura orale della Barbagia. Soffice e insieme perentoria, cantilenante e imperativa, zuccherosa e uggiosa, ironica e iconica, rude e poetica. Come nella traduzione melodica di un canto a tenores, il sardo è in ogni libro di Niffoi un tesoro primario di Sonos 'e memoria , prendendo in prestito il titolo del prezioso film documentario di Gianfranco Cabiddu sulla Sardegna del secolo scorso, presentato a Venezia nel 1995 con musiche di Paolo Fresu.

Sentite alcuni nomi e soprannomi: Fisieddu e Ucchidepuddas, Zumpeddu e Minciaepuleddu, Tavrina Vardacurza e Battista Terrore, Panemodde e Tattanu, Teresinha Pigliatutto e Luchia Serathu, la ragazza esperta nei "bisogni urgenti" degli uomini. E ancora, i paesi al bivio del nulla: Piracherfa e Muriscari, Tumbaleddu e Ghilinzone, Oropische e Ularzai, Ulabaris e Noroddile. Oppure gli appellativi del marito: umbriagone, pedi tundu, mandrone, isterile, assassinu, vuchi pudiu, pedi tortu, coddivalau, bisocciu, balente, caccaredda, minci mortu.

A volte, confesso, leggendo Pantumas mi sono scordato gli eventi per abbandonarmi ai suoni, come se una voce antica declamasse da qualche antro di granito una sinestesia di effluvi, sapori, fragranze, emozioni: l'odore di preghiera e naftalina, le carni odorose di fragole acerbe, le braci mai spente dei rimorsi, le nuvole che si srotolano nel cielo come garze insanguinate.

E sopra a tutto il cielo della Sardegna, che sempre ripaga dell'infelicità di essere nati nel posto sbagliato. Il cielo, conclude meravigliosamente Niffoi, ”è per tutti solo un'immensa spugna che di notte si scurisce per le vergogne del mondo".

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