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Salone del Libro di Torino ed il pollaio dei "purissimi"

Le riflessioni di Davide Rondoni sulle polemiche di questi giorni sul Salone del Libro di Torino

Salone-del-Libro-Torino

di Davide Rondoni

Nel piccolo pollaio della fattoria "Purissimi" si era alzato un po' di starnazzaio. si udivano cicalecci più forti del solito, il tacchino che dava del tacchino al pollo e il pollo che dava del piccione al tacchino. Fuori, di la dalla provinciale, al bar, le chiacchiere e i silenzi degli avventori continuavano. I tir passavano, il vino brillava di fanali e occhi lucidi. Là, nel pollaio, si replicava la solita cosa. Ogni tanto qualche tacchino o galletto pensava che il suo compito fosse fare il Ministro del pollaio. Qualcuno addirittura si sentiva a volte, forse dopo un indigestione di becchime, il Papa del pollaio e girava a scomunicare. Il più delle volte, queste piccole manie di piccoli polli col petto in fuori pronti a ricever medaglie, non svegliavano nemmeno i colleghi adagiati sui pioli e sui pali, tranquilli e appagati. Nessuno si curava del loro presunto ruolo di oche del campidoglio. Sì, li avevano convinti infatti di esser la versione aggiornate delle famose oche che starnazzando salvarono il colle dall'assedio dei Galli.

Agli abitanti del pollaio non avevano spiegato che si trattava di una leggenda e forse che quelle oche erano donne, e tipe pure toste, e non polli di allevamento tirati su a consulenze rai e piccoli palchi letterari e a libri che ti danno sempre ragione perchè stai-dalla-parte-giusta della storia. Perciò ogni tanto un pollo sentendosi eroicamente oca starnazzava contro i presunti Galli e Barbari. Di là dalla provinciale, intanto, avventori alle prese con tasse alte, crisi demografica, disoccupazione, guardavano la tv per distrarsi e chiacchieravano tra loro. Qualche pollo più anziano si destava quando c'erano queste parate e alzate di cicaleccio. Il suo nome così girava nuovamente tra i polli più giovani e si sa, alla stanchezza dei sensi e alla memoria sbiadita di orgasmi e entusiasmi, a volte può supplire, se pur pallidamente, un fremito di passegera gloria giornalistica.

Il sussiego con cui a tratti taluni polli spiegavano agli altri come si fa a essere polli-come-si-deve era quasi ammirevole. Le pose, lo stentato gorgheggio, erano degne di miglior successo. Ma quegli abitanti del pollaio non avevano nessun interesse reale se non esser chiamate Oche del Campidoglio. Gareggiavano dunque a sentirsi sempre più oche. Non importava che non sapessero minimamente dove si trovasse il Campidoglio, chi erano i Galli e cosa passasse nella testa degli avventori del bar dall'altra parte della provinciale. Avevano riflessi automatici, forse dipendeva dal becchime sempre uguale e trattato chimicamente e ideologicamente che ingurgitavano in gran quantità. Forse dalla compressione cerebrale dovuta allo sviluppo del complesso dell'oca. L'aspirazione ad esser oca era talmente forte che a volte certi polli davan l'allarme se passava un gatto, o una lucertola, gridando "al lupo," Si schieravano, gonfiavano il petto, starnazzavano. Per sentirsi ancora una volta i "purissimi". E continuare la bizzarra recita. Qualche pollo che stava lì giusto per stare un po' al caldo, svegliato dall'inutile frastuono li mandava a cagare mormorando. Qualcun altro intonava vecchie canzoni pur di soddisfare la vanità del pollo starnazzante e per farlo tacere. Intanto in libri che i polli non avevano mai letto se in conversazioni da bar popolare stavano spiegate le ragioni del loro disagio e del loro complesso. Gli avventori nel bar di là dalla strada vedevano passare i giorni, i tir, le fatiche del lavoro e dell'amore. Sapevano, con la saggezza dei lavoratori e del bar, che i tempi cambiano e che il potere sa travestirsi, difficilmente mette la maschera del cattivo. E sapevano che il pollaio dei Purissimi non sarebbe cambiato granché, restando nella storia che pensavano di cambiare - tra avanguardie e retroguardie del pollaio - come un reperto, un simpatico luogo di strane vanità, e di furiose discussioni con poco capo e poca coda.

nb. Non mi pare di aver visto boicottaggi né nulla se non omaggi e gorgheggi quando Chavez, un dittatore che ha affamato e mandato in vacca una nazione come il Venezuela, venne al Festival di Venezia... Questi sabotatori di Festival del Libro hanno il coraggio (e la capacita di lettura dell'epoca e della vita reale - e quindi della politica) di un tapiro.

Mi ricordo quel geniaccio scomodo di Testori che mi disse che l'errore di Pasolini era di aver opposto al Palazzaccio del Potere il Palazzetto della cultura. Ora il palazzetto si è ridotto a un pollaio.

Venerdì vado al Salone del Libro a parlar di poesia e libertà. Senza chiedere il permesso a nessuno e girerò tra gli stand dove, come ogni anno, staranno libri di ogni genere

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