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Rifugiato: l'odissea di Emmanuel Mbolela

Il memoir di Mbolela racconta il viaggio verso l'Europa dei migranti africani con un taglio politico

Mbolela Rifugiato

Matilde Quarti

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Il discorso sull’immigrazione ha bisogno di uscire dai cliché, vuoi negativi, vuoi anche con intento positivo, in cui spesso viene relegato dalla politica. Il memoir Rifugiato, di Emmanuel Mbolela (Agenzia X, 2018) fa proprio questo, inserendo movimenti migratori – in questo caso dall’Africa verso l’Europa – e vicende umane in una più ampia riflessione sul diritto alla lotta. È un libro prima di tutto politico, quello di Mbolela, scritto da una persona piena di dignità, estremamente consapevole delle proprie prerogative, che non chiede un cambiamento ma cerca di esserlo lui stesso, con le proprie azioni. Un esempio? I proventi dell’edizione tedesca e di quella francese di Rifugiato sono stati utilizzati da Mbolela per concretizzare il progetto di una casa che accolga le donne migranti di passaggio a Rabat, la capitale del Marocco.

Attraverso due continenti

 Mbolela comincia il suo memoir con un capitolo in gran parte saggistico, in cui delinea la storia del paese da cui proviene, la Repubblica Democratica del Congo, quella che, ai primi del novecento, si chiamava Congo belga, e che è da distinguere dal Congo francese con capitale Brazzeville (la storia delle occupazioni coloniali in Africa è palese già in questa divisione). Mbolela racconta la sua terra e le colonizzazioni che l’hanno martoriata, da quella portoghese a quella belga, per continuare là dove la storia del Congo converge con la sua personale: la dittatura di Mobutu, le guerre, i processi sommari, i massacri di civili.

Leggendo la storia di Mbolela ci si rende conto non soltanto delle necessità pratiche che inducono ampie masse di individui a scappare da determinate condizioni politiche e sociali, ma anche il profondo dissidio interiore di chi ha dedicato la vita a lottare cercando di cambiare il proprio paese d’origine e che si trova costretto a doverlo abbandonare.
La vicenda di Mbolela non è tuttavia mai solamente individuale. Nel suo viaggio incontra uomini e donne di provenienza diversa, e se ciascuno ha una storia che racconta chi è e cos’ha vissuto, molte sono estremamente simili tra loro: parlano di torture, fisiche e psicologiche (su cui Mbolela non indugia ma che, anche soltanto in una riga di testo, rimandano il terrificante dramma di chi le ha vissute), stupri, minacce, e ricatti.

L’occhio dell’autore si sposta dalle vicende umane alle considerazioni sulle responsabilità dell’Europa, sulle problematiche interne all’UNHCR, sui problemi di burocrazia che, una volta arrivato in un paese europeo, chi richiede lo status di rifugiato si trova a dover affrontare. Quella di chi migra è un’odissea che non ha fine neppure una volta arrivato a destinazione: emblematica la vicenda appena accennata di un rifugiato che da dieci anni è costretto a vivere in un centro di accoglienza.
Si potrebbe allora dire che Rifugiato sia un memoir collettivo, che parte da un individuo per abbracciare la condizione di una moltitudine. Un memoir politico, che non vuole impressionare chi legge ma smuovere l’opinione pubblica, portare a un cambiamento pratico attraverso la diffusione di notizie, storie, e valutazioni sociali. Quello che resta al lettore è sicuramente la grande forza d’animo di Emmanuel Mbolela e la sua capacità di trasformare la nostra attualità in memoria e in letteratura.

Emmanuel Mbolela
Rifugiato
Agenzia X, 2018
192 pp., 15 euro

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