Riccardo Bertoncelli, ’1968 Soul e rivoluzione’

A 50 anni dal Maggio francese esce l’ultimo tassello della collana Gli anni d’oro del rock, dedicata ai favolosi Sixties

1968 Soul e rivoluzione

1968 Soul e rivoluzione, particolare della foto di copertina – Credits: Michael Ochs Archives/Getty Images

Michele Lauro

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Mischiando schiettamente verità e leggenda, passione e ricostruzione filologica con il collante della sua effervescente scrittura, Riccardo Bertoncelli racconta l’epopea musicale di un anno lungo mezzo secolo, consegnato all’immaginario collettivo con il fremito che corre ancora sottotraccia a ogni istanza antiautoritaria e antisistema. 1968 Soul e rivoluzione fotografa dal versante musicale gli umori di quella “adolescenza permanente” descritta da Edgar Morin in Maggio 68. La breccia, seminale saggio del novantasettenne sociologo e filosofo francese, recentemente ripubblicato.

Un nuovo modo di fare, ascoltare, vivere la musica

Quale fu la colonna sonora della ribellione, cosa ascoltava la gente durante il Maggio francese, nelle università in fiamme o durante le contestate Olimpiadi a Città del Messico, nelle piazze americane che protestavano contro il Vietnam e sfidavano le autorità sulla questione razziale dopo l’assassinio di Martin Luther King? Andare a spulciare gli archivi, spiega l’autore nell’introduzione, offre più di una sorpresa. Al top delle classifiche c’erano Louis Armstrong in versione zio Tom con Wonderful World, Cliff Richards e Burt Bacharach “interpretato da un trombettista piacione che oggi non ricorda più nessuno”. 

Ma sotto la superficie, in quel ramificato nowhere che solo molto dopo si sarebbe chiamato underground, si agitava un magma sonoro dall’energia spaventosa e spesso oscura, un groviglio pieno di contraddizioni e già orfano della Summer of Love che alimentò uno scrigno di opere geniali e imperfette, tutte a loro modo percorse da una scarica di eccitazione e inquietudine. Soul e rivoluzione, ovvero musica, cinema, società & spettacolo messi in fila in una cronologia illustrata con la sovraccarica iconografia d’epoca. Una chicca per gli appassionati e un prezioso documento di storia comparata.

Per restare solo al maggio di cinquant’anni fa, mentre gli scontri tra polizia e studenti nel Quartiere Latino innescano la scintilla parigina, Jimi Hendrix arriva in Italia per cinque concerti, i primi e gli ultimi nel nostro paese. E mentre Cannes vive un’edizione tempestosa con molti registi che prendono una dura posizione contro il ministro della cultura, alcuni ritirando addirittura i propri film, Mick Jagger debutta sul set nello scandaloso Performance, diretto da Donald Cammell e Nicolas Roeg. Intanto Cynthia Lennon scopre il marito in compagnia di Yoko Ono

Fra il Sottomarino giallo e il Doppio Bianco

Proprio ai Beatles sono dedicate le prime due ricostruzioni monografiche. Franco Zanetti ripercorre l’esperienza indiana della band e del suo sgangherato carrozzone nell’ashram di Rishikesh dove, tra febbraio e marzo ’68, John, Paul, George e Ringo seguirono un seminario sulla Meditazione Trascendentale tenuto da Maharishi Mahesh Yogi. Molti gli aneddoti divertenti, più o meno noti, molte le canzoni che scaturirono in quei giorni che avrebbero dovuto essere di raccoglimento, studio, meditazione, silenzio. L’ultima, Sexy Sadie, scritta sul taxi che portava Lennon via dall’ashram, iniziava con una domanda eloquente: “Maharishi, what you’ve done? You made a fool of everyone”.

Il capolinea del sodalizio era già all’orizzonte ma la vena creativa straordinariamente fertile di quei mesi fruttò una messe di capolavori, registrati dapprima in versione demo nella casa di George Harrison a Esher, nel Surrey, e poi negli studi Emi di Abbey Road, fra mille tensioni. Pensare che prima dell’India e del Doppio Bianco, sempre in quel ’68, c’era stata la pubblicazione del film d’animazione Yellow Submarine, ripudiato e poi riscoperto, di cui si offre in queste pagine una dettagliata esegesi. L’11 maggio John e Paul, chiosa l’autore con una punta di perfidia, “smessi i panni dei meditatori trascendentali e indossati quelli dei businessmen, raggiunsero New York per avviare le attività statunitensi della Apple”.

Vero, verosimile, leggendario: i fumi del Sessantotto

Ben più iniziatica del viaggio indiano dei Beatles fu l’incursione di Brian Jones in Marocco sulle orme di Paul Bowles e William Burroughs. Nell’estate 1968 l’inquieto Stone rimase folgorato a Jajouka dall’orgiastico rito di musica e danze che si consumava nel piccolo villaggio fra le rocce del Maghreb. Purtroppo non ci fu il tempo di mettere a fuoco quelle visioni: Jones sarebbe morto annegato nella piscina della sua villa dopo l’amaro distacco dalla band. La sezione monografica intitolata I fumi del ’68 prosegue con una cavalcata inarrestabile: i Led Zeppelin prima del volo, l’ultimo atto dei Cream e il primo di Van Morrison, lo scrigno segreto dei Pink Floyd orfani di Syd, la stella nera dei Grateful Dead e l’esordio del Fillmore West di San Francisco con l’elenco di tutte le date in cartellone in quel 1968 a partire dal 5 luglio, il giorno che aprì i battenti. E poi ancora, Johnny Cash alla Folsom Prison, le depravate promesse di Frank Zappa in Absolutely Free, Janis Joplin, l’“arcana sibilla, bambolina ubriaca”, l’icona a cui è dedicata la foto di copertina...

Una pioggia di 33 giri è il lascito tempestoso di quell’annata, simbolo di una mutazione epocale anche sul versante sonoro. Bertoncelli ne seleziona una cinquantina raccontando di ciascuno la genesi, il groove, lo spartito emotivo, l’intima vibrazione. Dalla Band di Music from Big Pink all’Albert Ayler di New Grass, una colonna sonora piena di gioia, rabbia, amore attraversa il Crazy World di Arthur Brown seminando per strada capolavori come Electric Ladyland di Jimi Hendrix, i tre album di Aretha Franklin e i tre di Zappa, la Vita Brevis dei Nice irrorata dall’estrosa leggerezza di un indimenticabile istrione, Keith Emerson, l’ultimo rintocco Doors di Waiting for the Sun, il naufragio dei Velvet Underground nel mistico White Light/White Heat. I newyorkesi erano, conclude Bertoncelli con una visione grandiosa, “i muezzin di un mondo che sarebbe apparso chiaro solo con il punk, il noise, il grunge, dieci vent’anni più tardi”.

This was

La sezione italiana, breve ma intensa, si apre con il racconto del festival pop annunciato all’inizio del ’68. In cartellone avrebbe dovuto esserci il meglio della scena rock d’avanguardia in Inghilterra e negli Stati Uniti. Arrivarono in pochi. Di quel disastro organizzativo sono tracciate qui le incerte, divertenti testimonianze fra cui lo show dei Pink Floyd, con una embrionale Interstellar Overdrive. I tre album selezionati sono invece pietre miliari della discografia italiana anni Sessanta: Fabrizio De André con il campionario umano di Tutti morimmo a stento, Nanni Svampa che canta Brassens in milanese e l’ispirato, incazzato Enzo Jannacci di Vengo anch’io. No. Tu no.

This was: fu un attimo fuggente, sentenziarono i Jethro Tull sulla copertina del loro disco prima di cambiare pelle. Non tutti i sogni divennero visioni però i sogni alimentarono le speranze, qualcosa di cui si continua a sentire un gran bisogno. L’ultima chicca che ci lascia in eredità questo libro è il titolo che Vangelis Papathanassiou diede a una sua opera “sinfonica” del 1972, un collage di canzoni e suoni della Parigi in fiamme nel maggio ’68: “Fai che il tuo sogno sia più lungo della notte”.

Riccardo Bertoncelli
1968 - Soul e rivoluzione
Giunti
240 pp., 22 euro

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