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Quello che hai amato, di Violetta Bellocchio

Un’antologia raccoglie le storie vere e gli innamoramenti di undici donne

Quello che hai amato

Giulio Passerini

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La voce e la vita di undici donne, undici scrittrici. Ecco cosa potete trovare in Quello che hai amato (UTET), l’antologia nata come spin-off cartaceo di Abbiamo le prove, sito di non-fiction al femminile che si propone di raccontare storie vere, a cura di Violetta Bellocchio.

Che cos'è l'amor
Come dice il titolo, sono tutte storie d’amore. Quello che cambia è l’oggetto amato. Per qualcuna è un posto (Claudia Durastanti), per un’altra è una macchina (Nadia Terranova), un uomo o più d’uno (Giusi Marchetta), un’amica (Giuliana Altamura), un serial (Chiara Papaccio), un bambino (Mari Accardi), una certa idea di se stessi (Flavia Gasperetti). A volte sono anche storie di odio (quindi ancora più storie d’amore), ma sono tutte storie vere, interessanti, quotidiane. C’è tanto sud e tanta provincia, ma anche Roma Milano e Torino come città d’approdo. C’è tanta precarietà, c’è autoironia, c’è tanto piccolo dolore e vario spaesamento. E ci sono le radici  femminili (bisnonne, madri) e una voglia diffusa di cercarsi facendo i conti con quello che si è stato.

Solo i fatti
Leggendo questi racconti emergono soprattutto due elementi: identità e nostalgia. Che a loro volta si declinano in: rapporti incerti e graduali con la verità -ma non per questo meno sinceri- il cui baricentro si fa sempre più interiore; un certo disinteresse per i confini della finzione; ma soprattutto nella rivendicazione di una legittima commistione di vissuto e intreccio narrativo. I fatti capitati non sono più “fonte di ispirazione” ma diventano i protagonisti della scrittura. Organizzarne la narrazione con artificio si può: il pudore che imponeva di usare lo schermo della finzione romanzesca per parlare di sé è stato superato.

Siamo tutti Justin Bieber
Fino a ieri era necessario avere qualcosa di memorabile per scrivere delle memorie. Come minimo dovevi essere Napoleone, Brigitte Bardot o Justin Bieber (che sì, ha solo ventuno anni, ma se uno di voi si trovasse nei panni di Justin Bieber anche solo per cinque minuti vi assicuro che se lo ricorderebbe). Oggi abbiamo scoperto che tutti siamo delle storie. È un guadagno? Lo è. Quale migliore antidoto contro la narrativa ombelicale (scritta o recensita come tale) di scoprire che un ombelico ce l’abbiamo tutti quanti? Siamo unici, come tutti gli altri. Non dico che lo abbiamo scoperto la prima volta che ci siamo trovati su Facebook a piangere tutti insieme la sorte della nostra merendina preferita dell’infanzia. Ma poco ci manca, i tempi sono quelli (diciamo gli ultimi dieci anni). Non avremmo mai immaginato che essere figli della società dei consumi sarebbe stato così emozionante.

Più vero del vero
La costruzione del racconto passa proprio per queste emozioni. Le neuroscienze ci insegnano che il passato non esiste: il nostro cervello lo ricostruisce ogni volta che vogliamo attingere alla memoria, selezionando e interpretando quello che abbiamo fissato nei nostri ricordi sulla scorta dei sentimenti che hanno accompagnato quei momenti. Ogni ricordo è una storia scritta per la prima volta. Se è così che il nostro cervello funziona, perché non farlo anche nella narrativa? Diventa lecito allora usare l’artificio per ricostruire il nostro vissuto in una prospettiva in grado di spiegare chi siamo oggi. Una prospettiva vera perché narrativamente coerente, onesta forse più che vera.

L'altra metà del cielo
E noi uomini? Avremmo potuto scrivere in un posto come Abbiamo le prove pensato solo per noi? Forse no. Ci piace millantare più che abbellire, stracciarci le vesti più che confessare. Ci crediamo più veri forse, ma di certo non siamo abbastanza onesti. Nessuno in fondo ci ha abituato (e autorizzato) a coltivare quel dubbio che è la premessa necessaria di ogni riesame. C’è sempre tempo per recuperare, ma per il momento la catarsi è rimandata.   

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