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'Quando amavamo Hemingway' di Naomi Wood. L’intervista

Le donne di Hemingway: amate, poi tradite, infine lasciate. Ma indispensabili

Quando amavamo Hemingway di Naomi Wood

Valeria Merlini

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Uno dei più grandi autori di sempre, Ernest Hemingway (Premio Pulitzer nel 1953 per Il vecchio e il mare e Premio Nobel per la letteratura nel 1954) viene posto sotto la lente di ingrandimento. L’esito è un Hemingway inedito, intimo, segreto e talvolta insospettabile: negli umori e negli amori.

Questo e molto altro si legge in Quando amavamo Hemingway (BookMe De Agostini) dell’americana Naomi Wood. Una biografia romanzata che svela l’evidente passione per le donne, tanto da aver condotto all’altare il famoso scrittore ben quattro volte. Ogni volta per sempre.

Scorrono gli anni della sua vita, romanzata ma al tempo stesso il più verosimile alla realtà e quanto mai simile a quello che deve essere stato il Papa (così era soprannominato).
Dalla giovinezza parigina con la prima moglie Hadley Richardson, e il primo dei ménage à trois che tanto amava, al secondo matrimonio con l’eccentrica Pauline Pfeiffer, detta Fife, con il conseguente trasferimento a Key West. Sono questi gli anni della corrispondenza di guerra e dell’inizio di una nuova liaison, quella con Martha Gellhorn che diventerà la terza moglie, colei che domerà la natura selvaggia di Cuba ma non la propria anima errante ed errabonda. E infine Mary, l’ultima moglie, colei che ha assistito alla disfatta di Hemingway, al suo perdersi definitivo.

“Che fascino! Che magnetismo! Le donne si buttano dal balcone per lui e lo seguono anche in guerra. E quando vedono un tradimento volgono lo sguardo altrove, perché un matrimonio a tre è sempre meglio che restare sola”

1) Hemingway: ossessione, curiosità o celebrazione?
Ho sempre ammirato il suo stile semplice, scarno ed economico, ma devo ammettere che il cosiddetto “la” per iniziare a scriverne mi è arrivato dalle Lettere d’amore scritte alle donne della sua vita in cui il tono narrativo cambia totalmente rispetto ai romanzi: qui la prosa è sensuale, sentimentale, ricca di nomignoli e vezzeggiativi. Questo è stato il punto di partenza per raccontare un Hemingway assolutamente inedito.

2) Come definirebbe Hemingway come marito?
Come marito sarebbe stato indubbiamente orribile. Una delle domande che più mi sono posta è stata: se fosse stato mostruoso sempre non ci sarebbe stata alcuna ragione per queste quattro donne, intelligenti e indipendenti, di restare con lui così a lungo. Perché quindi sono rimaste nonostante i tradimenti? Ho tentato in questo senso di mostrare il suo lato generoso, un suo lato più amabile e anche il fatto che lui comunque oltre a spingere e sostenere se stesso e la propria produzione, ha sempre tentato di fare lo stesso nei confronti delle proprie mogli.

3) Come mai nel romanzo sembra non esserci spazio per i figli (Bumpy avuto da Hadley, Patrick e Gregory da Fife)? Troppo concentrato a fare lo scrittore?
Ci sono due ragioni per questa scelta. La prima è che soprattutto Fife era talmente ossessionata dalla felicità di Ernest che non ha mai dedicato del reale tempo ai figli. E il fatto che Ernest volesse avere uno stile di vita assolutamente avventuroso, mai fermo, faceva sì che i figli molto difficilmente vi potessero prendere parte e la routine domestica decisamente non gli interessava. Fife non ha fatto altro che compiere una scelta: a favore del marito.
La seconda ragione ha un risvolto legale: tutti i personaggi di cui si racconta nel romanzo sono morti ad eccezione del figlio maggiore, Patrick. Avevo quindi due possibilità: o scrivere liberamente da vincoli legali di tutti e tre i figli oppure non scriverne affatto. Quest’ultima è stata la mia scelta, anche perché Patrick è una persona molto ricca e non avrei mai voluto essere trascinata in tribunale.

4) C’è un particolare che ha scoperto, anche più di uno, ma che ha deciso di non inserire nel libro?
Non c’era nulla che avrei considerato un dato troppo sensibile tale da non poter essere raccontato. Devo dire che rispetto al sesso non mi sono sentita di affrontare la questione in maniera troppo esplicita, non perché questo mi dia problemi, ma solo per il tipo di personaggio: una sorta di maschio alfa, estremamente virile. Come descrivere e immaginare una scena di sesso? Magari sarebbe risultato troppo bizzarro e quindi ho preferito non farlo.

5) Per quale delle mogli ha provato più empatia?
Sicuramente ho sentito una maggiore vicinanza con Pauline, la seconda moglie, che all’inizio racconto come il nemico numero uno per poi trasformarla e renderla più empatica. Questo per varie ragioni: innanzitutto perché in Festa mobile, Hemingway parla di lei marchiandola molto negativamente e associandola ad diavolo in gonnella. Inoltre Pauline è l’unica delle mogli di Hemingway che non ha avuto un’occasione per auto raccontarsi perché morta prematuramente.

6) Che fonti ha usato per le sue ricerche?
Sono stata letteralmente ossessionata, come fossi la quinta moglie.
Ho letto tutto quello che c’era da leggere di Hemingway, tutto ciò che c’era da leggere di Martha Gellhorn e in questo modo ho tentato di poter muovermi agevolmente all’interno della mia stessa capacità inventiva basandomi su tantissimi fatti di cui ero certa.

7) Quanto aveva bisogno Hemingway di un nuovo amore? Per la sua vita o per la sua scrittura?
Adorava che le sue mogli sostenessero la sua scrittura, anche quando non stava scrivendo il migliore dei suoi libri o quando i critici lo stroncavano. Quindi sicuramente come scrittore ha avuto bisogno di questo fortissimo nutrimento emotivo che solo le sue donne potevano infondergli.

Quando amavamo Hemingway
di Naomi Wood
BookMe De Agostini, 2016

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