Pino Roveredo, 'Mastica e sputa' - La recensione

Racconti dal sottosuolo triestino, terra di frontiera, limen esistenziale

Mastica e sputa

Mastica e sputa, particolare della foto di copertina – Credits: © B. Anthony Stewart/National Geographic/Getty Images

Michele Lauro

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Avventure minime narrate con la voce impastata dalla stanchezza e dal vino, poesie che potrebbero essere graffite su un muro di periferia, sentenze incise sul legno di una panchina. In 26 racconti brevi, alcuni brevissimi, Pino Roveredo esprime il disagio per una civiltà ossessionata dalla ragion pratica, un disagio spruzzato d'amore rabbia e poesia che mi fa ricordare Alda Merini. Mastica e sputa si legge tutto d'un fiato come ristoro da una sete senza controllo, come un re minore pizzicato da un cantante di strada sulle corde degli infelici strappi "da masticare e sputare lungo la via". Come una luce lontana, che si accende e si spegne.

Gli schizzi sono tracciati sul canovaccio della novella eponima, atroce storia di un amore spezzato per uno scherzo del destino, metafora di "questa cazzo di vita" che nell'istante in cui sembra regalarti un frammento di gioia nasconde in sé la cattiveria dei denti, l'impiccagione dell'anima, la fatica di un'innocenza da riconquistare. Pino Roveredo accarezza gli spigoli del cuore, varcando il girone degli istinti bestiali. È tutto a posto, si annuncia nel racconto d'esordio: la nostra maledizione sono gli uomini. Tra l'anoressia dei manichini e la fame ammalata degli obesi, gli inutili si riscattano con i piaceri della disperazione.

Da una parte il miele, dall'altra la cera. Durante un viaggio a Matera Fabrizio De André e Ivano Fossati videro le allevatrici di api compiere un rito arcaico: per separare la cera dal miele masticavano per ore delle fette di favo che poi sputavano in contenitori diversi. Da quell'ispirazione nacque Ho visto Nina volare, una bellissima canzone sul retrogusto dolceamaro della vita. Roveredo si appropria con triestina grazia di quel messaggio esistenziale. Com'è difficile scegliere, separare i semi buoni da quelli cattivi, eppure in questo darsi da fare prima che faccia neve, prima di diventare vecchi, risiede forse il segreto del nostro errare. Prendi il mondo senza assumerlo, diceva Faber, "restituiscilo secondo il tuo discernimento".

Fabrizio De André aleggia fra queste pagine non solo con il delicato leitmotiv di Ho visto Nina volare ma con la sua intera opera poetica dedicata agli emarginati, volta ostinatamente a trovare gocce di splendore negli interstizi più bui del mondo. Roveredo ne raccoglie il testimone squadernando in questi racconti un campionario di ammalati di infelicità, le vergogne oscure di ogni antro urbano: prostitute e travestiti, spacciatori e spacciati, operai e disoccupati, stranieri ed estranei, devianti e internati, alcolisti e drogati, galeotti e reietti, pazzi d'amore o di solitudine, barboni e falliti. Anime perse, anime salve nel pulviscolo di una risacca fuori stagione.

Storie ispirate alla cronaca come quella di Enzo Tortora (L'uomo delle domande) e La ragazza della panchina, la clochard che morì di overdose tra l'indifferenza dei passanti, si alternano alla fiction e all'autobiografia. Ha un ritmo scoppiettante Aspettaci Lubiana, scorribanda automobilistica verso la Slovenia con Claudio Magris al volante, quando l'io narrante faceva ancora l'operaio ed era stato invitato a un convegno di scrittori. Non giunsero mai a destinazione ma mai come in quell'avventura risuona un altro celebre verso deandreiano ("per la sola ragione del viaggio, viaggiare") con Roveredo a raccontare - me lo vedo di fronte agli avventori di un'osmizza - l'epopea della fregatura perfetta.

Girate la cartolina contiene un'affettuosa dedica a Trieste, la città castagna "dura fuori e tenera dentro". Scansando l'agiografia letteraria, Roveredo ci accompagna fra gli umori degli anziani e i lamenti dei pescatori al porto vecchio, nei rioni popolari e negli uffici di collocamento della multietnica piazza Garibaldi, nei luoghi della memoria come la Risiera di San Sabba e le foibe, fra le stanze dell'ex manicomio di San Giovanni dove Franco Basaglia avviò la rivoluzione della psichiatria. Con nostalgia l'autore ricorda la presentazione del suo primo libro a Trieste, i quattrocento orecchi cui raccontò la propria "storia di scrittore che per una vita aveva scritto come tutti quelli che scrivono per non scrivere un libro". Ora al posto della Libreria operaia ha aperto una rosticceria.

E a proposito di Trieste, una outtake di Mastica e sputa risplende in una bella raccolta dedicata a I mari di Trieste, curata da Federica Manzon e con le fotografie di Diego Artioli. Pino Roveredo vi compare con una "storia di mare, parole e ricordi vissuti in dialetto, e vestiti con la lingua italiana". Protagonista è il bagno comunale Alla Lanterna familiarmente detto Pedocìn, aperto ai primi del Novecento e ancora oggi popolarissimo con i suoi spazi separati per uomini e donne. Un anacronismo che i triestini difendono con i denti, come un felice paradosso.

Forse perché, suggerisce Manzon nell'introduzione, in quel mare senza onde risiede l'anima sfuggente di una città refrattaria alla moda di una comunità multiculturale che appiattisce le differenze. O forse perché, a leggere Il mare di Roveredo, ci si commuove ancora per quell'abbraccio senza distinzione capace di smuovere stati d'animo senza rumore, riservato alle "natiche dei nobili" così come ai "piedi stanchi dei disoccupati". Trieste e il suo mare sono poi il simbolo di un'età - la gioventù - in cui si mastica un tempo soltanto: il presente.

Pino Roveredo
Mastica e sputa
Bompiani
188 pp., 15 euro

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