Pier Franco Brandimarte, 'L'Amalassunta'

Un romanzo intenso che poggia radici nella vita e nell'opera di Osvaldo Licini, pittore modernista di enigmi e incantagioni

L'Amalassunta OK

L'Amalassunta, particolare della copertina – Credits: Osvaldo Licini, Amalassunta con aureola rossa, part., collezione privata Porto San Giorgio, Cortesia Centro Studi "Osvaldo Licini", Monte Vidon Corrado

Michele Lauro

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Opera prima di Pier Franco Brandimarte, vincitrice nel 2014 del Premio Calvino destinato agli scrittori esordienti italiani, L'Amalassunta è un romanzo bellissimo. Fin dalla copertina, materico e al contempo metafisico, irriducibile a un genere letterario codificato. È un'avventura dell'anima sul filo di un'imprendibile ossessione, tra il baluginare di figure sfuggenti in un labirinto di specchi. Il suo diapason archetipale fa vibrare corde primitive.

Potrei fermarmi qui. Trovandomi al cospetto di questo libro come di fronte a un enigma sbozzato sulla tela, temo che la schiusa di parole ne inaridisca la fonte, temo il retrogusto di un'offesa. Un ragazzo lascia la compagna nella rassicurante urbanità torinese e torna al borgo marchigiano dove suo nonno possedeva una barberia. La crisi esistenziale si incrocia misteriosamente con la biografia di un conterraneo pittore vissuto nella prima metà del Novecento, Osvaldo Licini, di cui il paese di Montevidone cela gelose tracce. Più che una trama un sogno, un tessuto di piani in bilico tra fantasia e realtà, briciole di ricordi, coincidenze, percezioni di uno spazio-tempo escheriano a pattern concentrici e spiraliformi.

L'Amalassunta è chimera e rovello dell'artista, che la dipinse a più riprese: la "Luna nostra bella, garantita d'argento per l'eternità". Parole ingannevolmente precise. Infatti l'archetipo martella, ossessiona, scatena nei posteri similitudini e visioni. Appena l'afferri si ribella si dissolve si tramuta in qualcos'altro, forse "un pesce cieco degli abissi che attira le prede con antenne luminose". No, bisogna tornare indietro per capire la fissazione, riavvolgere il nastro al tempo in cui l'Amalassunta era - immagine meravigliosa - una speranza disciolta dentro il vuoto. Rara entità pre-simbolica.

Sognatore da chiaroscuri di luna, Brandimarte riafferra cinquant'anni di storia in una serie di flash proiettivi con protagonista Licini. Aggirandosi come un rabdomante per orti e case di campagna, boschi e strade provinciali, biblioteche e soffitte, raschia la polvere della memoria per incatenare a un'immagine il tempo e la giovinezza. La sua e quella del pittore, bizzarra transustanziazione. Vivissimi fantasmi riprendono corpo come nell'hic et nunc della fase REM, quell'istante magico che precede il bagliore opaco del ricordo e poi la pioggia scura della dimenticanza.

Ecco Licini a Bologna negli anni Dieci con Morandi e Vespignani, a declamare storpiature liriche in piazza Maggiore, Licini in ospedale a Firenze con una gamba maciullata, a Parigi nella tana di Modigliani - ebbri e squattrinati fra estasi e delirio. Licini sindaco di Montevidone con la moglie che viene da un paese sconosciuto, Licini partigiano, Angelo Ribelle e Olandese Volante, Licini in Riva degli Schiavoni a Venezia nel ’50 con il critico Marchiori e ancora nel '58 in un pomeriggio assolato al Lido, per la Biennale della consacrazione. Licini fratello di sangue di Lucio Fontana, quel sangue immaginario che grondava sul pavimento dopo il primo squarcio chirurgico sulla tela.

Una geometria riposante come l'orizzonte di colline affilate e ventose, inquietante come il responso di una sibilla dall'occhio uguale al simbolo di infinito. Un trabocco in postura da crostaceo. L'Amalassunta penetra segretamente nei luoghi di questo romanzo per volgerli in stato d'animo puro. Perché al ricordo i luoghi si rendono irriconoscibili, dunque "soltanto una fragile via permette di abitarli aleggiando tra ciò che resta e le immagini della memoria". La via della memoria involontaria, della libera associazione. Da Torino a Montparnasse, da Parigi a Venezia, dai Sibillini alla costa abruzzese, la geografia di questo romanzo palpita di emozioni.

Il mio regno è nell'aria, diceva Licini affermando il primato della modernità sul passato. Nel sonno lanciava proiettili di sterco ai detrattori dell'astrattismo. Con un sobbalzo leggo la parola YouTube nelle ultime pagine del libro e viaggio nel tempo virtuale: l'intera esistenza divenuta istantanea, non fu il sogno anche di Apollinaire? L'essenza dell'arte contemporanea mi appare all'improvviso chiara, lampante. Il dilagare dello spazio sulla tela oltrepassa la materia, si posa nella melodia di parole che affabula e rapisce. Finché, come accade qui, si arriva a credere a parecchie cose anche senza averle mai viste.

Pier Franco Brandimarte
L'Amalassunta
Giunti
192 pp., 14 euro

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