Alessandro Perissinotto, Le colpe dei padri

Un romanzo che è insieme una storia privata e una storia sociale su quello che siamo e quello che avremmo potuto essere

Antonella Sbriccoli

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In ogni romanzo, specie se scritto da un autore italiano ci si riconosce sempre un po': grazie all'atmosfera, alle caratteristiche di qualche personaggio, al linguaggio, ai luoghi raccontati ci si sente a casa tra le pagine. Cose che succedono anche leggendo Le colpe dei padri, ma con una valenza speciale, perché questa di Alessandro Perissinotto è, per sua stessa ammissione, "una storia sul passato che ritorna e sulle lezioni che non abbiamo imparato".

La storia è quella dell'Italia e della grande industria degli ultimi trent'anni vista dalla città dell'autore, Torino. Un luogo speciale per raccontare, perché è qui che ha pulsato per decenni il cuore della Grande Fabbrica, la Fiat: da sempre l'incarnazione dell'industria italiana, oggi invecchiata e divenuta come “un'anziana matrigna” che prima o poi "ci lascerà orfani". Perissinotto la conosce bene: all'inizio della sua vita lavorativa ha fatto l'operaio in officina; la conosce bene anche Guido Marchisio, il protagonista del libro, un ingegnere in carriera senza scrupoli a cui succederà qualcosa che lo obbligherà a rivedere completamente le convinzioni che hanno plasmato la sua vita.

Attraverso un intrecciarsi continuo tra la vicenda privata del protagonista e la storia della città e delle sue generazioni - strette da un patto sociale che vede il nonno operaio, il figlio perito e il nipote ingegnere, ma che a un certo punto si spezza - l'autore scava nel tempo e nel vissuto degli italiani, provocando nel lettore quelli che egli stesso definisce Flash-Bulb: l'emergere di memorie individuali o collettive di eventi e situazioni non necessariamente vissute in prima persona, ma che ci fanno sentire emotivamente parte della storia. Sono Flash–Bulb gli anni di piombo, le vittime del terrorismo, la bomba di Piazza Fontana o il rapimento di Moro, ma anche il vissuto quotidiano degli anni Settanta e Ottanta: quando ci univano "il pigiamino che fa le scintille, i soldatini microscopici, [...], il Carosello e poi tutti a letto, il Rischiatutto con Mike Buongiorno, le Vacanze all'isola dei gabbiani e i primi cartoni giapponesi". Purtroppo però ciò che ci unisce sono anche le brutte storie del passato che si ripetono: la cassa integrazione di ieri e di oggi, gli attentati che si ripropongono, le "cure" aziendali a base di riduzioni del personale e licenziamenti. Ricordi del passato fino a qualche tempo fa, oggi più presenti che mai.

Man mano che Guido Marchisio assembla i tasselli della sua vita e la suspence per la sua vicenda aumenta (perché anche questa, coinvolgente e tangibile, fa parte della storia), il lettore rievoca insieme al protagonista date ed eventi che provocano nella sua mente "strani cortocircuiti". Senza che ce ne accorgiamo, Perissinotto ci conduce oltre il "come eravamo" e il come siamo, mettendoci di fronte a un presente che ci si "ripropone" nei  suoi aspetti più deleteri, un po' come un cibo ingoiato e non digerito: qualcosa che non abbiamo elaborato a dovere e che rischia di travolgerci.

Non stupisce che questo romanzo sia uno dei 12 finalisti del Premio Strega 2013: perché è un libro denso, ricco e ben scritto, ma anche perché racconta una storia attualissima e molto calzante. Come del resto lo è l'invito dell'autore a guardare in faccia il cinismo del mondo di oggi e ricordare le storie dei tanti umiliati e offesi che non avranno mai un nome scolpito su una lapide commemorativa, ma sono morti, o soffrono quotidianamente in un mondo in cui vige solo la regola del più forte. Un invito ad andare oltre le colpe dei padri e ritrovare un modo per far valere i nostri diritti.

L'intervista a Perissinotto da parte del suo editore

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