"I panni sporchi della sinistra", il Pd e la diversità sepolta sotto un mare di documenti

Ferruccio Pinotti e Stefano Santachiara in un'inchiesta sulla deriva affaristica del Pd. Che Renzi difficilmente riuscirà a sdradicare

Succede sempre più spesso di leggere un libro di attualità politica e dover sopportare il danno collaterale di non vedere l'ora che ci siano le elezioni per poter votare Grillo.

Leggendo I panni sporchi della sinistra (Ferruccio Pinotti e Stefano Santachiara, Chiarelettere) il desiderio di votare si intreccia con un certo dolore (o compiacimento, dipende dall'umanità di ciascuno). Dolore per chi, da sinistra, è costretto a scoprire, se mai non lo avesse saputo prima, che il più importante partito al governo è invischiato in tanti di quegli scandali, giudiziari e, ancor più, politici, da far sentire il sincero militante un illuso. Per decenni aveva creduto che davvero il mondo potesse essere tranciato con una sentenza capace di stabilire chi ruba e chi no, chi fa affari e chi si dedica al bene del Paese, chi traffica con i poteri forti (che poi, forti...) e chi con la classe lavoratrice.

Credenze seppellite da Pinotti e Santachiara che, tanto per citare un capitolo a caso, ricostruiscono due episodi emblematici di due magistrati, Clementina Forleo e Desirée Digeronimo, allontanate dalle rispettive procure, Milano e Bari, appena hanno provato a lambire l'aristocrazia della sinistra italiana.

Di fonte alla quantità di fatti circostanziati che Pinotti e Santachiara documentano, appare molto difficile poter pensare che chiunque tra i tre candidati alla segreteria del partito vincerà la gara delle primarie del Pd, possa mettere un freno alla deriva affaristica e alle connessioni con la criminalità organizzata che quel partito coltiva da decenni. Appare molto difficile che gli ideali giovanili di un Renzi possano rifondare un partito che in pochi anni ha calpestato non solo la propria identità, ma, addirittura, la propria ragion d'essere, ovvero, la «diversità». Da chi?

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