I Paesaggi di Tullio Pericoli

Adelphi raccoglie in volume oltre quarant'anni di "orizzonti dell'anima" firmati da un grande artista

Pittore di Paesaggio (1994)

– Credits: Tullio Pericoli

Giulio Passerini

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Sfogliando i paesaggi di Tullio Pericoli, raccolti in questo volume appena edito da Adelphi, non si può fare a meno di restare a bocca aperta.

In oltre quarant’anni di carriera il mondo è cambiato sotto gli occhi di Pericoli, così com’è cambiato il suo sguardo e il suo paesaggio interiore. Quelli raccolti in questo libro, infatti, sono solo in parte vedute che potrebbero essere apprezzate da un qualunque belvedere. Sono più spesso orizzonti dell’anima, diorami interiori, quinte teatrali di uno spettacolo segreto della leggerezza a cui siamo invitati a partecipare.

Spesso, nei paesaggi di Pericoli, la terra si comporta come il cielo: dove si raggruma sembra fatta di nuvole, dove si distende sembra fatta di onde come certi cieli di mare. Terra, mare e cielo sono gli ingredienti base di qualsiasi paesaggio, ma Pericoli li mescola e li reiventa. La terra è lieve e palpita, l'infinitamente pesante delle pieghe delle faglie sotterranee si fa leggero e pare di vedere, con grande tenerezza, un gigante impegnato in un lentissimo carpiato. Al contrario le cose senza peso come lune, stelle e segni di passaggio, hanno più bisogno di radici delle altre per non volare via. Infine ci sono le torri, altro elemento prediletto della paesaggistica di Pericoli, simbolo allo stesso tempo di gravità e leggerezza.

Altro polo importante dell’immaginario di Pericoli è la calligrafia. Il cielo, il mare, la terra, tutto è segno, tutto porta un messaggio. Che i suoi tratti alfabetici non siano intellegibili è un semplice dettaglio: quale alfabeto, quale frase umana nel profondo lo è? Non ci capiamo, non comunichiamo ed è impossibile conoscerci davvero a vicenda, ma ciò non impedisce alla nostra razza di amare e di odiare. Se il linguaggio è fatto solo in piccola parte di frasi e in una percentuale molto più alta di toni, postura, volume della voce e sguardo, così è la calligrafia di Pericoli: in minima parte, o nessuna, significato, e molto di più dialogo sentimentale con il paesaggio, con la sua terra natia, con il lettore. C’è approssimazione e scienza in questo dialogo.

L’approssimazione è l’esattezza migliore che abbiamo: "seguire la linea tratteggiata", "unire i puntini", questo è quello che accade appena la mente esplora un territorio sconosciuto. Come succede al parlante dialettale la cui lingua, tenendo ferme poche forme base, si trasforma giorno dopo giorno attraverso il contatto con le cose e le persone. Si potrebbe parlare di pittura dialettale, per Pericoli: sembra scrittura ma è trasposizione di oralità, una lingua che è canto e danza, per usare le parole del poeta Zanzotto citate nel testo.

E poi c’è la scienza. Geologia, astronomia, agraria, matematica e geometria: frutti dell’innesto della scienza sull’arte, dolci come un mandarancio. Una parola (in realtà molte di più) andrebbe spesa sui colori. Il paesaggio di Pericoli suona come una partitura: i tratti sono note più e meno gravi, gli spazi sono pause, i colori sono timbri.

Musica, scienza, dialetto, approssimazione, danza ed esattezza: a vario titolo sono tutti esercizi di libertà. Sorvolando i paesaggi di Pericoli non si può che apprezzarne la leggerezza, la libertà, la logica così diversa dalla nostra. E ancora la giustezza dell'errore: la sua infinita precisione. Buon viaggio.

@giuliopasserini

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