Giancarlo Iliprandi, Note
Libri

Note, la biografia di Giancarlo Iliprandi

La vita di un grafico che ha fatto la storia dell'immagine italiana

Le biografie per immagini hanno una marcia in più. Le figure ci prendono per mano, rendono presente un mondo scomparso e lo fissano in pochi fermi immagine salienti dandoci l’illusione che la vita proceda davvero per scatti, come alle volte ci piace credere. E basta un giro di pagina per rivedere alla moviola gli errori fatali e i momenti gloriosi. Nel caso di Giancarlo Iliprandi, un uomo che alle immagini ha dedicato tutta la sua esistenza, i momenti gloriosi sono tanti. La sua biografia, Note, esce ora per i tipi di Hoepli ed è un’imperdibile cavalcata in oltre mezzo secolo di arte applicata firmata da una delle matite che ha fatto il gusto d’Italia.

Gli inizi
I primi studi furono quelli di carattere scientifico, medicina, ma prima c’era stata la famiglia Iliprandi in cui la tecnica dell’automobile (il padre ne fu un grande amatore) sposava il gusto per l’arte contemporanea. Poi Milano e l’accademia di Brera. Pochi giovani, appena trecento, che dipingevano e scolpivano nel cuore della città bombardata, istruiti da Carrà e Aldo Carpi. Quattro anni di pittura e quattro di scenografia per Iliprandi, mentre sul suo tavolo di lavoro arrivavano le prime commissioni: cartoline per il Grand Hotel Cavalieri, progetti per banconi da bar, illustrazioni per le riviste dell’ALI (la futura Alitalia). Poi l’incontro con Max Huber, Munari, la scena artistica di Salisburgo e Berlino e committenti sempre più importanti.

Gli anni della Rinascente
La divaricazione fra pittura e arte applicata raggiunge l’apice alla fine degli anni ’60. Iliprandi smette di dipingere e si concentra su design, illustrazione, fotografia, grafica e tipografia, e arrivano gli anni della Rinascente. Il grande magazzino milanese si fa motore del gusto italiano degli anni ’50-’60. Una certa borghesia milanese, di cui le famiglie proprietarie Brustio e Borletti fanno parte, si impegna a esportare il suo stile e il suo modello di consumo nel Belpaese, in primis con la comunicazione. Viene allestito uno spettacolo su più piani, dalle vetrine che affacciano sulla strada alle mostre di carattere esotico su in cima. Protagonisti di quella stagione, oltre a Iliprandi, sono Lora Lamm e Amneris Latis, svizzere entrambe, seguite dagli americani Bruce e Penny Hopper. Gli uffici “Stile” e “Propaganda” vivono anni di gloriosa bellezza che finiscono solo alla fine dei ’60 quando gli studenti scendono in piazza, tramonta il sogno borghese, la Fiat compra la Rinascente e tutto cambia.

Ballantine e arti marziali
Ma Iliprandi non si ferma: disegna copertine di dischi militanti, pubblicità per gli anticoncezionali, lavora all’Art’s director club, fotografa, insegna all’Umanitaria di Milano e a Urbino. Beve anche, una bottiglia di Ballantine al giorno per tre anni. Ma le arti marziali lo aiutano a rimettersi in carreggiata: prima il judo, poi il Kendo che praticherà per decenni.

Gli amici e i progetti
La vita continua, i progetti pure, e noi assistiamo. Alla mutazione dei caratteri tipografici (piccole guerre generazionali fra vecchio e nuovo); ai ricorsi delle campagne pubblicitarie; al necrologio di Munari che muore e alla fotografia che lo ritrae misterioso e ammantato di bianco nel suo Museo delle ricostruzioni teoriche di oggetti immaginari a Filicudi (uno che ha sempre creduto che le parole dovessero prendersi il loro spazio, non c’è dubbio); al succedersi delle piantine delle case abitate; agli interventi sul futuro di Brera; alle copertine per il saturnino Valentino Bompiani; all’ascesa dello sci nautico come sport, figura, emblema generazionale; ai cataloghi per la rinascente; alle scenografie per le fiere e i teatri; alle copertine per Rivista Rai e Photography italiana.

Un'educazione all'essere artista
C’è anche la nostalgia per un’Italia che non esiste più o che forse non è mai esistita tanto come nella nostalgia nostra di oggi, una nostalgia alimentata da un presente di cui ci sfuggono in buona parte le linee di fuga. Ma Note è anche un’educazione all’artista che si applica: anni di medicina (pochi), quattro di pittura, quattro di scenografia: tanto studio e la convinzione ripetuta che l’intuizione e l’idea sono poca cosa rispetto al lavoro, alla dedizione, al compito, alla responsabilità di fare sempre qualcosa di bello per tutti oltre che utile per qualcuno. Note è la storia di un uomo che ha avuto molto da dire senza usare parole, un’eredità di segni da usare per progettare il nostro domani.

© Riproduzione Riservata

Commenti