Il j'accuse di Giovanni Moro contro il mondo del non profit

Intervista al sociologo che ha appena mandato in libreria il suo Contro il non profit (Laterza), dove punta la lente sul mondo delle onlus, fatto di organizzazioni realmente benefiche na anche di lussuosi circoli sportivi.

Ecco la copertina del libro del sociologo GIovanni Moro

Antonella Piperno

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Difficile trovare entità più lontane e diverse di un prestigioso circolo di tennis, una mensa per poveri, una università privata e un centro di riabilitazione per ex detenuti. Eppure rientrano tutte nella categoria del «non profit» magma in continua espansione, con oltre 300 mila organizzazioni (dieci anni fa  erano 230mila) un milione circa di lavoratori , 4,7 milioni di volontari e circa 80 miliardi di euro di entrate  che corrispondono al 3 per cento del Pil.

Un mare magnum che da sempre suscita solidarietà e altruismo per il suo contributo al sistema del welfare, ma le cui attività, beneficiarie di notevoli sgravi fiscali, non sempre sono all’altezza di tanta simpatia sociale. La colpa dell’equivoco, secondo un esperto come il sociologo Giovanni Moro, figlio dello statista Aldo Moro e presidente del think thank non profit Fondaca, sta nella disinformazione e sui piccoli e grandi inganni che avvolgono il mondo delle onlus. Moro li analizza a fondo nel suo saggio appena uscito per Laterza, dal titolo forte: «Contro il non profit». Non si tratta però di una critica indistinta e distruttiva all’universo delle onlus quanto di un tentativo di mettervi ordine.

Da dove partirebbe per riordinare il settore?   

Innanzitutto dalla denominazione. Bisognerebbe avere il coraggio di fare tabula rasa del termine «non profit» che oggi include tutto ciò che non è fiscalmente né statale né privato, eroga servizi  e non distribuisce i profitti tra i soci.  Bisogna  rendersi conto invece che il non profit non è un fenomeno unitario e che c’è differenza tra un circolo sportivo di periferia che aiuta i ragazzi disabili e uno frequentato a suon di migliaia di euro  dalla Roma bene. A me interessa se crescono le associazioni che assistono i consumatori, un po’ meno che aumentino i tennis club.  Ci si dovrebbe focalizzare sull’attività che viene realmente offerta. Purtroppo oggi in Italia non esiste un’autorità in grado di controllare la coerenza delle attività svolte dalla marea di organizzazioni non profit. E neanche all’estero visto un colosso calcistico come il Real Madrid  è una onlus.

Come funzionano oggi i controlli?  
Oggi vengono prese in esame le forme giuridiche, i bilanci. E non viene esaminato quello che le onlus fanno realmente. E’ vero anche che poche decine di funzionari pubblici hanno sulle spalle il controllo di centinaia di migliaia di organizzazioni. Ma intanto sarebbe utile  stabilire un criterio che dia un diverso valore sociale  alle attività che vengono svolte.
Il settore non è neanche esente da frodi..
Io lo chiamo il «dark side» del non profit, il suo lato oscuro. C’è chi froda lo Stato gonfiando il numero degli assistiti e delle prestazioni, chi truffa i donatori, ed esistono anche casi limite di amministratori che sottraggono fondi alle loro organizzazioni per acquistare  appartamenti che poi vengono affittati alle onlus stesse. Non manca neanche, ma fortunatamente è un fenomeno molto marginale, la collusione con gruppi criminali. E’ il caso della onlus servizi terra di lavoro che gestiva i parcheggi della Reggia di Caserta per conto della camorra. Però si tratta di frodi perseguibili, mentre ad oggi è molto più complicato combattere l’ingiusto ma legale.
Cosa intende per «ingiusto ma legale?»
E’ ingiusto ma legale ad esempio che solo una piccola parte dei fondi versati dai donatori vengano utilizzati per le attività mentre il grosso serve alle spese di gestione. O che  immobili di istituti religiosi siano stati trasformati in alberghi e bed and breakfast e poi talvolta anche venduti a imprese private con lo status non profit degli enti religiosi proprietari.
Nel suo libro racconta anche della clinica di riabilitazione   dove sua mamma Eleonora seguì un percorso di riabilitazione
Altro esempio di ingiusto ma legale. Mia madre fu seguita con grande cura e attenzione dal personale di questa clinica di un ordine religioso. Il conto  però fu di 600 euro al giorno, escluse le spese mediche. Potè pagarle  grazie all’assicurazione sanitaria che era parte della pensione di reversibilità di mio padre. Ma una persona in non avrebbe potuto farlo. E allora: quella clinica era non profit per chi?

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