Nicolai Lilin: 'Educazione Siberiana ha il pathos universale di una tragedia greca'

Intervista allo scrittore ex combattente russo sul fronte ceceno, dal cui libro è tratto il film di Gabriele Salvatores ora nelle sale cinematografiche

Nicolai Lilin (Foto Ansa/EPA/Alberto Estevez)

Michele De Feudis

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"Quando avevo cominciato a scrivere non immaginavo un successo del genere. La vita è strana":è sincero Nicolai Lilin quando commenta su Facebook il primato di spettatori nei cinema italiani conquistato da Educazione Siberiana , diretto da Gabriele Salvatores e tratto dal suo primo romanzo. Scrittore fuori dagli schemi, Lilin è un autore che appassiona il pubblico giovanile grazie ad una biografia avventurosa – è stato combattente russo sul fronte ceceno e i ricordi di quell'esperienza presto diventeranno un nuovo libro – e con storie che spiazzano la morale "borghese". Educazione Siberiana oltre ad essere una pellicola apprezzata anche all'estero, è da qualche settimana la traccia dell'omonimo spettacolo teatrale portato in scena allo Stabile di Torino dalla compagnia NesT.

Le presentazioni del film in giro per l’Italia sono state un'occasione impedibile per Lilin di incontrare il suo eterogeneo pubblico, rendendo omaggio al lavoro realizzato da Salvatores, capace addirittura di accrescere, nel passaggio dalla carta al grande schermo, il fascino delle storie degli Urka siberiani.

Lilin, la trasposizione cinematografica di un romanzo a volte può stravolgere il senso del romanzo. Con Salvatores come è andata?
"La narrazione visiva presenta una dimensione differente da quella letteraria. L'opera diSalvatores, però, è indiscutibilmente fedele al romanzo. C’è stata grande intesa con il regista e gli sceneggiatori, Stefano Rulli e Sandro Petraglia, che mi hanno anche arricchito, insegnandomi a maneggiare il lessico del grande schermo".

Il film Educazione Siberiana dalla critica straniera è stato definito una sorta di C’era una volta in Siberia
"La storia che ho scritto si rifà ad un canone universale. La trama si fonda sull’epopea di un popolo, quello degli Urka, che ha una tradizione molto forte e viene descritto con il pathos di una tragedia greca. Racconto uno spaccato della Transnistria, le abitudini giovanili, le tentazioni consumiste dei ragazzi, le amicizie e le passioni, la fase successiva all’implosione del comunismo sovietico, i contrasti con l’Occidente...".

I protagonisti, forgiati nell’etica dei 'criminali onesti', possono rappresentare un archetipo del ribelle senza tempo?
"La definizione di 'criminale onesto' è un ossimoro, incarna la visione del mondo di un cittadino orgoglioso, che non accetta le malversazioni dai prepotenti nascosti sotto le vesti legalitarie dello Stato o con la maschera dei politici corrotti".

Cosa resta del mondo e delle usanze degli Urka siberiani?
"La comunità che ho descritto non esiste più. I vecchi Urka sono morti, i giovani sono stati ammansiti dal sogno occidentale, dalle mollezze di costumi estranei alla loro cultura".

Nella pellicola risulta intrigante la figura del nonno, interpretata da John Malkovic.
"Gli anziani avevano all’interno degli Urka un ruolo essenziale: la trasmissione delle conoscenze avveniva o attraverso i consigli dei “vecchi” della famiglia o con le esperienze e i conflitti di strada, dove erano preziosi gli amici e sorprendentemente anche i nemici: questi ultimi, infatti, potevano fornire indicazioni indispensabili per evitare di terminare la propria vita stesi da una fucilata in seguito ad un errore o un comportamento sbagliato".

Che ruolo ha la violenza in Educazione Siberiana?
"Ci sono passaggi molto forti, ma la violenza ha sempre una valenza istruttiva. E non c’è nessun paragone con quella diffusa tra i giovani di oggi. Per le nuove generazioni assomiglia a un divertimento: si passa senza colpo ferire da ammazzare i nemici davanti allo schermo di un pc alla rissa con accoltellamenti in una discoteca. Senza alcuna coscienza".

Il suo ultimo libro, Storie sulla pelle (Einaudi), è dedicato ai tatuaggi, presenti insieme alle armi nella formazione dei giovani Urka.
"Armi e tatuaggi sono elementi di una tradizione. I disegni sulla pelle non sono un estetismo, ma una forma di comunicazione muta, primitiva, intrecciata alla biografia di una persona. E la figura del tatuatore può essere assimilata a quella di un sacerdote al quale ci si confida e che sceglie quali immagini dipingere e in quale parte del corpo collocarle".

Volgendo lo sguardo alla sua terra d’origine...
"Alla Russia? Anche lì i cittadini si confrontano con sistemi di criminalità gestiti da oligarchi, al di fuori della politica. È un paese difficile da governare perché sterminato territorialmente. E c’è un netto distacco tra intellettuali e popolo".

In Italia è un caso letterario la biografia del suo connazionale Eduard Limonov, scritta da Emmanuel Carrère. Le piace l’autore del Libro dell’acqua (Alet)?
"È un estremista. Ha fondato un movimento fascio-comunista, il partito nazionalbolscevico. Le sue idee sono pazzesche e purtroppo molti intellettuali lo seguono".

Dalla Russia all’Italia cosa cambia?
"Sono tempi di predicatori di strada. La gente segue chi urla di più, a Mosca come a Roma, dove abbiamo comici che arrivano in Parlamento".

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