"Mussolini censore", abbagliati sulla via di Benito Mussolini

Moravia, Vittorini, Brancati... Un libro svela chiaroscuri sul rapporto con il Duce. Meno censore di quanto si creda

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di Antonio Armano

Difficile immaginare Elio Vittorini ospite ufficiale a un convegno del ministero della Propaganda nazista nel 1942, a Weimar. Il convegno riguardava la letteratura, ma questo conta fino a un certo punto. A un anno dalla caduta di Benito Mussolini l’autore di Conversazione in Sicilia poteva seguire l’esempio di Eugenio Montale: darsi malato e rinunciare all’invito. Montale non era un eroe, faceva parte di una zona bigia di resistenza fatta di antiretorica e stile ermetico.

In Mussolini censore (Laterza) Guido Bonsaver, docente di storia della cultura italiana a Oxford, rivela vicende che portano a rivedere il ruolo di diversi e importanti scrittori durante il Ventennio. Bonsaver spiega che le carte da lui studiate sono facilmente accessibili e si stupisce che siano rimaste nell’ombra riguardando scrittori troppo disinvoltamente classificati come antifascisti. Vedi Alberto Moravia. Gli indifferenti fu accolto con favore per la descrizione negativa della borghesia che piaceva all’anima rivoluzionaria delle camicie nere, ma soprattutto perché a pubblicarlo (a pagamento) era stato Arnaldo Mussolini, fratello del Duce, e una casa editrice fascistissima, la Alpes. Moravia era cugino dei fratelli Rosselli ma anche nipote di Augusto De Marsanich, gerarca e futuro segretario del Msi, come non mancava di rimarcare nelle lettere spedite a Mussolini per risolvere problemi di censura.

Sia Moravia sia Vittorini hanno avuto più guai per l’immoralità, cioè la licenziosità di alcune pagine, che per motivi politici. Quando sono entrate in vigore le leggi razziali, Moravia ha messo in atto una procedura che ne dichiarava l’appartenenza alla razza ariana, nonostante il padre ebreo. Il cognome è cambiato da Pincherle a Piccinini e lo scrittore ha sposato Elsa Morante in una cerimonia officiata da padre Venturi Tacchi. Lo stesso che ha unito il Duce e Rachele.

E che dire di Vitaliano Brancati? L’autore di Dongiovanni in Sicilia si è fatto strada a Roma grazie all’amicizia con Telesio Interlandi, che passerà alla storia come direttore del famigerato quindicinale La difesa della razza. Nel dramma Everest Brancati mette in scena la trasfigurazione della montagna in un busto del Duce. Duce al quale dedica nel 1931 la poesia Roma: "Si sente/ che in piazza Venezia/ un uomo è presente/ come una rupe di cui/ ci si accorge improvvisamente/ egli dice il suo nome: Mussolini,/ i fiori aprono le corolle;/ il fiume va dal monte al mare".

Chi si firma è perduto? Mica vero. Con una resipiscenza più o meno tardiva e un bel po’ di reticenza questi autori diverranno icone della cultura di sinistra.

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