Addio a Mavis Gallant, maestra del racconto

Se ne è andata a 91 anni la scrittrice canadese vissuta soprattutto in Europa. Le sue short stories hanno contribuito a rendere il New Yorker la casa della narrativa breve. Lei invitava a non leggere mai di seguito più di uno dei suoi racconti. In Italia è pubblicata da Rizzoli

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Luigi Gavazzi

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Si sa che nei grandi racconti, con molto più rigore che nei romanzi, lo stile è quasi tutto. E Mavis Gallant, canadese, morta a 91 anni, maestra di short story, viveva del suo stile inconfondibile. Ne sanno qualcosa i suoi lettori, anche quelli casuali, visto che la scrittura di Gallant è fra quelle che si riconoscono dopo poche righe.

II suo apprendistato alla scrittura fu in un quotidiano, il Montreal Standard, dove iniziò a lavorare nel 1944 e dove la misero a scrivere soprattutto didascalie per sequenze fotografiche: genere di scrittura che in quegli anni doveva essere particolarmente preciso e incisivo, visto che in quelle foto c'era quasi tutta la comunicazione visiva dell'epoca.

Ma Gallant capì subito che il suo stile era più adatto alla narrativa che al giornalismo. Ci mise qualche anno per arrivare a pubblicare sul New Yorker - la vera patria della short story nordamericana - ma poi praticamente quelli del New Yorker non l'abbandonarono più: furono infatti, a partire dal 1951, più di 100 i racconti pubblicati dal settimanale.

Fra i temi delle storie di Gallant lo sradicamento è quello probabilmente più forte. Frutto di una sensibilità resa acuta da un'infanzia trascorsa lontana dalla famiglia e da una vita adulta trascorsa in Europa. Europa presente in molte delle sue storie.

Come ha scritto il New York Times, per i lettori le storie di Mavis Gallant sono diventate familiari grazie alla capacità di abbracciare i paradossi della vita: insieme piene di tenerezza e crudeltà, tragiche ma anche buffe.

Coerenti con la grande tradizione del racconto - quella di Cechov - queste storie sono piene di dettagli e di ironie; si diramano allusivamente, grazie ai molti sottotesti e ai sogni frustrati cui rimandano. Racconti ricchi quanto romanzi.

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Immaginava che non l'avrebbe più rivista, ormai, se non per caso. Forse, molto tempo dopo aver dimenticato Henriette, avrebbe sentito accidentalmente qualcuno che parlava  in un ristorante: "La vedi quella povera intellettuale pazza che parla da sola, là nell'angolo? Quella è Henriette, la seconda moglie di Sandor Speck. Naturalmente allora era molto diversa; Speck la teneva in riga".
"L'idea di Speck", in Mavis Gallant, Piccoli naufragi, Bur Rizzoli. 

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Mavis Gallant diceva che il suo lavoro partiva quasi sempre da una semplice "immagine": attorno a essa il personaggio prendeva forma e si trasformava, si arricchiva, con i dialoghi e le scene che venivano poi. Diceva di non essere mai sicura del modo in cui la storia si sarebbe evoluta. A volte una storia iniziata veniva messa da parte per anni, per poi riprenderla e magari usare l'apertura come finale.
Soprattutto, amava dire che le sue storie andavano lette isolate, non una dopo l'altra. Per questo il loro luogo naturale era la rivista, il "suo" New Yorker. Oltre alle short story, Mavis Gallant ha pubblicato due romanzi - e una selezione dai diari.
In Italiano Mavis Gallant è pubblicata da Rizzoli.

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