Libri

Il mondo si conquista così

Un libro racconta storie di imprenditori che da zero hanno realizzato straordinarie reltà economiche

Davide Dattoli

Giorgio Gandola

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Alla terza storia tenera e folle di italiani che non aspettavano Bartali ma pedalavano fino a realizzare i sogni ci siamo detti: «Sembra impossibile». Avevamo il titolo del libro. Perché sembrava impossibile che un meccanico marchigiano nato da genitori contadini potesse diventare un formidabile leader della ristorazione bio (Giovanni Fileni). O che un giovane parrucchiere bergamasco si trasformasse in un geniale designer con l’aiuto di un cavallo (Enzo Catellani). Sembrava impossibile che uno studente di Gualdo che disegnava fumetti per i compagni di classe potesse inventare le Winx e trasformarsi nel Walt Disney italiano. O che un aiuto cameriere bresciano col pallino degli algoritmi a 28 anni venisse inserito da Forbes fra i trenta «under 30» più influenti del pianeta.

Così con l'ideatrice del progetto Nicoletta Poli Poggiaroni, Manila Alfano, Stefano Zurlo e lo staff di Wise Society abbiamo messo insieme 23 storie di uomini speciali con tre caratteristiche dominanti: sono imprenditori vincenti, sono italiani, sono partiti da zero se non da sottozero. Condizione necessaria per rimontare il destino e domarlo, per sfatare il luogo comune che il piedistallo del successo sta in due lauree e tre master, per trasferire ai giovani esempi concreti a indicare la via. Con un insegnamento evangelico facile da estendere a questi personaggi: si può arrivare primi anche partendo per ultimi.

Come ha fatto Davide Dattoli, che dalla prima elementare all’ultima classe delle superiori ha rischiato la bocciatura: «Dovendo recuperare i debiti passavo l’estate a lavorare». Situazione deprimente, ma non per lui che nel ristorante di famiglia indica i piatti ai clienti con l’iPad e moltiplica le prenotazioni presidiando maniacalmente i primi social media. Siamo nel 2008, l’impero digitale ingloba tutto e Dattoli coglie senso e valore della community: costituisce una società per sviluppare social network aziendali. Il filone è vincente. Mettere insieme spazi, idee, esperienze significa dare una prospettiva ai millennials della società globale. Dattoli crea Talent garden (acronimo Tag, la parola chiave), apre il primo coworking a Brescia, poi a Padova, Bergamo. «È lo Starbucks italiano del lavoro». 

Sbarca a Milano, si insedia in Porta Romana nell’ex tipografia dove nel 1842 fu stampata la prima copia dei Promessi Sposi. Poi Roma, Torino, Copenaghen, Madrid, Dublino, Vienna. Fino a San Francisco dove guarda negli occhi i competitor della Silicon Valley. Colossi come Uber, Deliveroo e Glovo preparano da lui lo sbarco in Italia. Il mercato crede nei suoi progetti e nella primavera 2019 lui raccoglie 44 milioni di finanziamenti, fra i quali quello del fondo californiano che lanciò Facebook. «Oggi il valore aggiunto è incontrare persone più brave di te, e io metto a disposizione lo spazio per farlo. Anche sul pianeta digitale l’interattività fra gli uomini vale più di un algoritmo. E sarà sempre così».

Da zero a cento, un’accelerazione micidiale anche per Iginio Straffi, che ha 54 anni e sulle colline leopardiane di Recanati ha creato Rainbow studios, la major italiana del cartone animato. Un luogo magico dove 250 giovani disegnatori, sceneggiatori, grafici e tecnici che provengono da tutta Europa realizzano personaggi noti nel mondo come le Winx, le fatine sedicenni seguite da 200 milioni di spettatori in 100 Paesi. Eppure Iginio è figlio di una sarta e di un autista di corriere che disegna fumetti per gli amici e affina il tratto lavorando per la casa editrice Bonelli. «Un giorno sono alla fiera di Bologna con una cartella di disegni e una società francese mi propone di andare a Parigi a realizzare uno storyboard. È l’occasione che mi cambia la vita». Impara tutto, dal computer graphic al digitale. Coglie i segreti della produzione, comincia con gli educational e i videogiochi. In più è italiano - quindi duttile, curioso, dotato di fantasia - e non dorme mai. «Il perfezionismo è una malattia benefica». 

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L’originalità, il coraggio di sfidare il destino. Come accadde a Enzo Catellani, uno dei designer della luce più famosi del mondo. Le sue sorgenti luminose sono al Victoria & Albert Museum di Londra, al Memoriale per gli ebrei a Berlino, a Casa Batlló a Barcellona, alla Triennale di Milano. Eppure lui nasce parrucchiere con l’hobby del design. Quando i suoi modelli di lampada cominciano a funzionare si presenta un problema: il nome, qualcosa di altisonante e prestigioso. Così aggiunge al suo cognome quello di Smith, che sembra un socio anglosassone di respiro internazionale. E invece è un cavallo...  

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