Michele Serra e gli sdraiati

Le riflessioni di un padre rivolte al figlio diciannovenne sulle distanze incolmabili tra le generazioni

Michele Serra, Gli sdraiati. particolare della copertina

Antonella Sbriccoli

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"Quante volte invece di mandarti a fare in culo avrei dovuto darti una carezza. Quante volte ti ho dato una carezza e invece avrei dovuto mandarti a fare in culo".
Michele Serra se lo chiede, da padre, in questo commovente e comico monologo rivolto al figlio adolescente. In 100 pagine cariche di affetto, dubbi, tenerezza, ironia, descrive le sensazioni di un genitore nei confronti del suo ragazzo di diciannove anni. E' stato tanto facile amarlo da piccolo "quanto è difficile continuare a farlo ora che le nostre stature sono appaiate, la tua voce somiglia alla mia e dunque reclama gli stessi toni e volumi".

Strana genia, per un adulto, quella degli adolescenti di oggi. Sono gli sdraiati: dormono quando gli altri sono svegli, si riposano mentre gli adulti lavorano (e questo, prima, non si era mai visto), lasciano tutto acceso, tutto aperto, tutto iniziato, niente finito. Sono sempre connessi, appagati dalla propria immagine riflessa, tribù modello nell'ingranaggio della dittatura dei consumi.

Con la serietà leggera che caratterizza la sua scrittura, Serra analizza la distanza che lo separa da suo figlio. Vorrebbe condividere con lui le emozioni che fanno parte della vita degli uomini, di cui si sente un "impacciato testimone": la forma e l'ordine di un paesaggio, i colori e gli odori della campagna all'alba; la vendemmia del Nebbiolo, una camminata in montagna. Ma ogni tentativo è destinato a cadere nel vuoto.

Per aprire un varco verso lo sdraiato servirebbero tutte le virtù che gli mancano: la pazienza, l'autorevolezza, la severità, la generosità, l'esemplarità. - Ero così anch'io da adolescente? - si chiede l'autore. Perchè qualcosa di altrettanto separato dagli adulti, da adolescenti, lo siamo stati tutti. Ma, secondo lui, "non altrettanto". Quello che manca ai ragazzi di oggi è la linfa che animava quelli di ieri: non ci sono più ideologie da combattere, o da conquistare. Non si cerca più di emulare gli adulti per poi detronizzarli e sedersi al loro posto. Anche il conflitto generazionale alla vecchia maniera sembra non avere più senso. A questo proposito, Serra fornisce i gustosi assaggi di un divertente libro satirico che sta scrivendo da anni, ma non finirà mai. Si tratta della Grande guerra finale - dall'ideale "ampiezza tolstojana" - in cui l'autore racconta la battaglia conclusiva dei vecchi contro i giovani, sapendo già che la vittoria è comunque della gioventù e opporsi alla sorte non servirà a nulla.

Eppure un punto di incontro tra le generazioni deve pur esserci. Con un affetto che trasuda dalle pagine e una prosa struggente (scritta, questa sì, come quella dei grandi "vecchi" della letteratura), l'autore si rivolge ancora al figlio: "Io sono borghese di sinistra. Da nessuna parte è scritto che anche tu debba diventare un borghese di sinistra". Grazie a queste parole, il nodo dell'incomunicabilità si allenta: il destino dei figli "sfugge giorno dopo giorno dalle nostre mani, perché così è la vita". Quando ci si rende conto di questo, si possono vedere gli sdraiati in piedi, in alto, molto più in alto di noi, salire "con un passo elastico, che esprime destrezza, sicurezza, forse felicità". E' giunto il momento di farsi da parte e invecchiare.

@antotris

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