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'Mi dicevano che ero troppo sensibile' di Federica Bosco. L’intervista

"Ho la pelle sottile, sono scomoda e fraintesa, ma ho una vita dai mille colori"

Mi dicevano che ero troppo sensibile di Federica Bosco

Valeria Merlini

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Essere una persona altamente sensibile significa cogliere mille sfumature in ogni dettaglio, sentirsi sommersi dalla stimolazione del mondo esterno ma anche da quello interno, sentirsi fuori posto, nel luogo sbagliato e mai giusto, sentire tutto con intensità, sia le cose positive che quelle negative, e nel contempo faticare per farlo comprendere agli altri.

Fortunatamente però, può significare anche avere grande creatività e aspirare a condurre un’esistenza in piena armonia. Per poter vivere le sfumature positive di questa caratteristica è fondamentale riappropriarsi della propria storia di “altamente sensibili”, contando sulle esperienze fondamentali del proprio percorso, per rivisitarle in una nuova luce.

Questo è quello che è accaduto a Federica Bosco e che racconta nel suo ultimo libro, Mi dicevano che ero troppo sensibile (Vallardi), un manuale di self-help in cui porta la sua esperienza personale per dare degli strumenti a chi ne soffre (e che non ha ancora compreso come svoltare). Non smettendo mai di sottolineare che non è un disturbo, bensì un tratto caratteriale.

Come nasce l’idea di trattare un tema così delicato?
Sono una persona molto sensibile e questo tratto mi ha creato una grande varietà di problemi quando ero piccola, problemi che negli anni Settanta venivano risolti con un “falla finita, smettila, sei troppo piagnucolona, fai come gli altri”, ammonimenti che tutto sommato un genitore non molto equipaggiato di quegli anni elargiva senza pensarci troppo. Io vivevo in uno stato di costante allerta, perché l’ipersensibile entra in un ambiente e “sente”. Una specie di sesto senso, molto forte: senti le persone, hai un’empatia esagerata, capisci subito se qualcosa non va e fai tue queste emozioni, oltre a quelle che già possiedi. E quando hai due, tre o quattro anni questa cosa si traduce nel fatto che vai a scuola e, anziché giocare con gli altri bambini, ti fai delle domande e pensi per esempio a cosa sia la morte. Provi a chiederlo e non te lo sanno dire perché sei un bambino. Questo bambino sente che c’è qualcos’altro oltre ai giocattoli, oltre alla televisione ed è sicuramente un carico ingombrante perché non si comporta come tutti gli altri della sua età. Se si trova ad avere a che fare poi con un genitore sotto stress o che è ipersensibile egli stesso (tratto ereditario) allora il danno è garantito.

Cos’è l’ipersensibilità?
L’ipersensibilità è stata studiata all’inizio degli anni Ottanta-Novanta quando è stato scoperto che l’intelligenza nell’emisfero destro e in quello sinistro ha una collocazione ben precisa. L’emisfero destro è quello dell’emotività, delle arti; quello sinistro è quello della pragmaticità, del calcolo, del mondo insomma. Come a dire, gli artisti (a destra) e gli imprenditori (a sinistra). A seconda di dove hai l’intelligenza sarai più o meno in balia delle tue emozioni. L’ipersensibile sente tutto prima dal cuore che dal cervello, ciò che sta fuori arriva come uno tsunami di emozioni, qualunque cosa prende un’enorme importanza, non riesce a farsi scivolare addosso nulla. Quindi nell’arco della giornata sono milioni le emozioni che giungono addosso e tutte hanno la stessa importanza. Immaginati lo stress.
Da bambina le prime difficoltà sono state quelle a scuola perché il sistema scolastico è strutturato per gli emisferi sinistri per cui si impara a memoria, si ripete, non si da tanto spazio alla creatività e si fanno cose schematiche. Un bambino “altamente sensibile” (High Sensitive Person, come li chiama Elaine Aron, psicoterapeuta americana prima a studiare il tratto) si trova a seguire sempre gli aquiloni e a non memorizzare nella maniera richiesta. La scuola quindi per me è stata un disastro tanto che alla fine credi anche tu di essere un fallimento perché te lo dicono e perché non vedi i risultati.

L’ipersensibilità, il tuo superpotere. Come farlo diventare un vantaggio?
Vorresti essere come tutti gli altri: vorresti uscire dall’ufficio, andare a fare l’aperitivo e fare tardi anche se il giorno dopo non ti reggi in piedi, ma sei pronto a ricominciare. Un ipersensibile non ce la fa. Io l’ho fatto per molte volte, ho tentato e ritentato però mi rendevo conto di scontarla molto e allora capisci che devi trattarti come un bambino piccolo e tendi a conservare un po’ le energie. Quando inizi a prenderti cura di te stesso allora incominci a viverla meglio perché è un valore aggiunto, significa per esempio capire le persone al volo. Anche quelli di cui non ti devi fidare e ciò è molto utile, soprattutto nel campo dell’amore (per gli altri, perché per se stessi esiste l’ombra nera, inevitabile, del narcisista).

La differenza tra un ipersensibile e un non sensibile?
Un non sensibile ha una sensibilità in un range normale: scene di violenza, bambini e gatti lo fanno arrabbiare o lo commuovono, ma il pensiero che una persona che non conosce possa star male non lo tocca. L’ipersensibile è proiettato in tutto quello che c’è nel mondo.

Per te la scrittura, una scelta di vita creativa, è stata una soluzione al tuo essere troppo empatica?
Non avrei potuto fare altro. Sono uscita di casa a 19 anni e ho fatto un po’ di tutto: ho lavorato nei ristoranti, pizzerie, villaggi, negozi. Quando arrivavano a darmi della responsabilità entravo però in conflitto automatico con me stessa e non puoi mandare avanti un negozio in questo stato d’animo perché devi essere autoritario. Allora cambiavo città, lavoro, sperando di trovare il posto giusto. E per un po’ funzionava, ma poi ricominciava questo dolore sordo perché mi sentivo incapace a differenza degli altri che erano a loro agio, io mai. La scrittura è arrivata molto tardi, a 32 anni, e per caso durante una delle mie depressioni. L’autogestione che questo lavoro regala, lo stare da sola, amministrare il mio tempo in maniera estremamente precisa e disciplinata, con meno persone intorno, mi ha decisamente salvata.

Quando hai preso coscienza di questo tuo lato del carattere?
Solo tre o quattro anni fa leggendo per la prima volta Rolph Selling. E realizzai che mi si stava aprendo un mondo che l’analisi non era riuscita a mostrarmi: ho così incominciato a leggere tutto quello che era stato pubblicato, compresa Christel Petitcollin e tutto improvvisamente tornava. Un sospiro di sollievo: provo delle cose più degli altri.

Che lavori fa fatica ad eseguire l’ipersensibile?
Tutti quei lavori che possono essere business a livello estremo, ambienti della moda, della musica per esempio. Se la situazione diventa insostenibile allora non posso che consigliare di mollare tutto, optando per un qualcosa di meno remunerativo ma più soddisfacente. Una possibilità da prendere come un gioco.

Grazie Fede!

Mi dicevano che ero troppo sensibile. Per chi si sente sbagliato, un percorso per scoprire come tramutare l'ipersensibilità in una risorsa preziosa
di Federica Bosco
Vallardi, 2018

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