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Matteo Collura, Sicilia: la fabbrica del mito

Cosa si nasconde dietro l’immagine di una terra considerata da secoli fucina di misteri irrisolti? Un’indagine controcorrente e priva della solita retorica campanilistica

(Credits: Ansa)

Dalla dodici alla ventidue. È vero, sono poco più di dieci pagine, ma già da sole valgon bene la lettura di un intero volume. Partiamo da qui, allora, per recensire Sicilia, la fabbrica del mito (Longanesi), l’ultimo libro di Matteo Collura.

Da In Sicilia ad Alfabeto eretico, passando per Il maestro di Regalpetra e Il gioco delle parti, Collura alla sua isola ha dedicato saggi, biografie e monografie di sicuro interesse e notevole seguito di pubblico e di critica. Ne ha sondato le contraddizioni e le indolenze, ne ha auscultato i fremiti, raccontandone miti e apologhi tra storia, società e letteratura.

Era quindi difficile immaginare che con un altro libro sullo stesso tema potesse dare ancora qualcosa di più, di meglio e soprattutto di inedito. È andata invece proprio così. La seconda di copertina di Sicilia, la fabbrica del mito ci dice che “Collura affronta i miti che hanno reso celebre l’isola, ricercandone le origini e seguendone gli imprevedibili sviluppi”.

È vero, ma rischia di essere davvero riduttivo. Il vero nodo del libro ruota attorno alla domanda della quarta:  “Perché, come dice il principe Fabrizio Salina nel Gattopardo, i siciliani sono convinti di essere creature perfette? Perché sono portati a credere una simile invenzione?”.

Per rispondere a queste domande,  Collura si fa carico dell’eredità di Calvino e delle pagine di Eco; poi, insinua il sospetto che il mito della “Sicilia dei misteri è un mistero essa stessa”. Il passo successivo, lo compie ponendo al lettore un altro interrogativo: “Ma si tratta di vera mitologia o di suggestioni e, in taluni casi, di vere e proprie invenzioni nate dall’estro di coloro che di volta in volta hanno scoperto la Sicilia?”.

Da ultimo, osserva: “Le tante maschere imposte alla Sicilia hanno portato coloro che la abitano a prediligere quella che, a parer loro, più li rappresenta: quella di una Trinacria centro del mondo. Niente di più vanaglorioso; concetto questo che MacGregor mette bene in chiaro: ‘La stessa  parola Mediterraneo è fuorviante, perché questo mare non si trova al centro della terra, e la sua non è che una fra le tante civiltà marittime del pianeta’”.

Sono parole levigate ma dure, che danno un’ossatura definita e coerente al libro e ai suoi racconti. Bellini, Genco Russo, Cagliostro, Majorana, Franca Viola - con le loro gesta, i loro misteri e i loro atti di coraggio - ne riempiono le pagine, è vero, grazie alla solita, brillante, narrativa dello scrittore siciliano.

Ma il viaggio che Collura compie ci restituisce una visione realista, che riporta l’isola su una dimensione terrena, lontana dalla retorica pervasiva di una certa pubblicistica contemporanea.

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