Massimiliano Governi: "Come vivevano i felici" - La storia di Bernard Madoff

La crisi di un sistema e di un uomo. Il fanta-memoir di Mark Madoff, figlio suicida del famigerato Bernard, l'imprenditore newyorkese condannato nel 2008 a un secolo e mezzo di prigione per la gigantesca truffa che mandò sul lastrico aziende e famiglie.

Come vivevano i felici, particolare della copertina, © Francesca Zonars

Michele Lauro

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"Pensa alla cosa peggiore che possa capitare a una persona e poi scrivici sopra", diceva Lucy a Snoopy chino sulla Lettera 22. Chissà se Massimiliano Governi aveva in mente la striscia di Peanuts quando provò a immaginare Come vivevano i felici . L'imperatore destituito? Il tramonto della star? Il ricco broker che assaggia l'odore della strada con gli scatoloni in mano, pronto a ricominciare? No, non è questo l'archetipo malinconico, ma tutto sommato glorioso e molto letterario, cui attinge lo scrittore romano per raccontare ancora una volta il dolore dei Parassiti (dal titolo di una sua antologia di racconti).

Governi interpreta Mark Madoff incorporando dolorosamente lo spartito della sua coscienza. Mischiando realtà e finzione fino a riprodurre nella fiction narrativa lo stile della famiglia Madoff: un'impalcatura di specchi. La cosa peggiore che può capitare, viene da pensare, è veder evaporare in un soffio i risparmi di una vita. Ora però il parassita Bernard sverna in galera dispensando consigli finanziari a compagni di cella e secondini. Il figlio Mark è appeso al guinzaglio del cane che gli scodinzola mugolando fra i piedi. Un automatico sussulto lo spinge a urlare, ma le corde vocali producono un rantolo sordo. Il film del suo fallimento gli scorre davanti come un elettroshock: così vivevano i felici.

Il romanzo ha un copione sperimentale basato sulla tecnica del jump-cut, con il montaggio usato in funzione narrativa, per zigzagare nella memoria alienata. Brevi flash in successione non lineare, pescati nel mazzo dei ricordi e ricostruiti attraverso le sensazioni concrete dell'io narrante. Momenti salienti del passato che - a ondate - tornano improvvisamente a galla per poi, altrettanto rapidamente, svanire. "Come lacrime nella pioggia", avrebbe detto con più poesia l'androide morente di Blade Runner.  

Lo slontanamento nel ricordo sottrae all'angoscia squarci di azzurro che sono pura apparenza. Evocano anzi ancor di più orrore e stranezza le gite della famiglia Madoff in campagna o a casa Disney, quando Mark era un ragazzino rimpinzato di balocchi e stimolazioni sensoriali fino alla nausea. Di inautentico e di finzione, di corruzione ed egocentrismo patologico odoravano i sedili di pelle dei macchinoni su cui Bernard scorrazzava i suoi cari. Promessa di bollicine e divertimento griffato, sesso, lusso, polveri dai poteri miracolosi. Soldi, tanti soldi. I soldi degli altri.

Il flusso di coscienza oscilla fra i tempi gloriosi della Rambo Investment e la deriva dell'ultimo anno, quel ventuno ottobre 2011 quando il burattinaio Bernard convocò i suoi figli per traghettarli su un palco inedito: "Domani andate in Procura". Minacciati di morte, insultati in ogni angolo della rete e perfino al supermercato, radiati dalle scuole dei figli, da quel momento i fratelli Madoff si aggirano fra ospedali psichiatrici, case svuotate, feste disperate, pusher, tribunali. Una notte, come grotteschi fantasmi, come Pinocchi abbandonati dal Mangiafuoco, si ritrovano in un cantiere abbandonato a sotterrare argenteria e tappeti. Colonna sonora di John Carpenter.

La cosa peggiore che possa capitare a una persona, viene da ripensare, è guardarsi indietro e non trovarci niente, nemmeno uno straccio di senso. Incapace di smettere i panni di figlio del joker, un giorno Mark intravede la stessa psicosi, quel misto ignobile di eccitazione, indifferenza e amarezza, negli occhi spiritati del figlio dopo una giornata trascorsa insieme senza mangiare davanti alla consolle, a combinare disastri virtuali. È troppo. Il dietro le quinte nel trauma collettivo della crisi finisce qui. Una scatola di mentine accompagna la discesa all'inferno. La banalità del potere.

Il taglio avvincente e alternativo di Come vivevano i felici si ritrova in campo saggistico nel recente Antifragile. Prosperare nel disordine , dell'economista Nassim Nicholas Taleb. La fragilità del capitalismo è sistemica, dice l'autore del profetico Il cigno nero (2007). Dopo il crollo della Lehman Brothers nel 2008 e la risonanza globale di clamorose truffe alla Madoff, rese possibili dalla deregulation dell'economia ultraliberale, sembrò per un attimo che la legalità potesse ristabilire principi più equilibrati, condivisi e favorevoli alla collettività. Ma gli Stati sono tornati presto in balia dei mercati e come risposta all'ultima crisi, la politica monetaria ha generato un'immensa liquidità che è essa stessa fonte di grande fragilità. Prepariamoci, conclude Taleb, a costruire antidoti all'ascesa del prossimo Madoff, il prossimo Cigno nero.

Massimiliano Governi
Come vivevano i felici
Giunti
142 pp., 10 euro

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