Marco Presta, 'Il piantagrane'

Si vive in attesa di piccoli istanti di anormalità: un impiegato gentile, un'opinione politica pacata, un centravanti che ammette di aver toccato per ultimo il pallone. Un romanzo surreale gioca kafkianamente a immaginare un'altra realtà. Con illogica allegria

Il piantagrane, particolare dell'immagine di copertina. © Gilbert Garcin, Sauver la nature, 2010

Michele Lauro

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"La realtà non è credibile. Quello che accade nella vita, spesso, somiglia a una forzatura, un'effrazione ai danni della logica e del buon senso". Pensateci, è vero. Com'è vero che se "ti capitasse di vedere in un film quello che succede nell'appartamento di fronte, probabilmente penseresti che stanno esagerando". Su questo paradosso Marco Presta, scrittore e conduttore radiofonico (Il ruggito del coniglio, in coppia con Antonello Dose) costruisce Il piantagrane , secondo romanzo dopo l'interessante esordio con Un calcio in bocca fa miracoli .

Così è, se vi pare, la realtà. Ma cosa succederebbe se un giorno un inconsapevole eroe sovvertisse al suo passaggio l'incongruente svolgersi delle quotidiane azioni? Se l'anomalia intrinseca dell'esistenza a cui tutti siamo assuefatti – le piccole grandi comunissime prepotenze (al bar o alle poste, in parlamento o in televisione, allo stadio o nel consiglio d'amministrazione di una società qualunque), il vandalo che si agita in ognuno di noi, l'eloquenza volgare di facile presa, la vanità umana che fa capolino dovunque, perfino sulle quarte di copertina dei libri – subisse un improvviso arresto?

Su questa scintilla creativa Presta costruisce la figura di Giovanni, vivaista: l'uomo qualunque (più esplicitamente, Giovanni era fra le "persone che non contavano un cazzo") dotato di un superpotere che agisce da ristabilitore di buon senso, come un gigantesco "anticorpo nell'organismo sociale". Quando le istituzioni, minacciate dai preoccupanti episodi di normalità, lo individuano, Giovanni è prelevato da un misterioso gruppo antigovernativo tramite uno strano rapitore-guardiaspalle: Granchio, nomignolo di per sé evocatore di coriacea bruttezza.

I due fuggiaschi braccati sono costretti a un viaggio urbano senza meta, nel corso del quale alcuni luoghi chiave della nostra modernità vengono squassati dal loro segreto apparire. Si ride amaro, fantasticando qualche intima rivincita. L'unicità dell'avventura da sonnambuli di Giovanni e Granchio attraverso la periferia romana di raccordi autostradali e lanifici abbandonati, giostre dismesse, friggitorie e vecchie tintorie è una sospensione del tempo che rimanda a un tempo in cui la città respirava con altri polmoni, in cui la gente si chiamava forse per nome. Adesso sono le strade l'unico posto sicuro, l'unico vero non-luogo dove non farsi trovare.

Il coprotagonista è un supereroe anomalo non meno di Giovanni. Un metro e sessanta di ferina sembianza, i modi spicci e il cuore tenero, la passione per i fritti. Granchio apre le auto come scatolette di tonno e possiede un fiuto animalesco per le insidie. Si sbarazza dei nemici sopperendo alla scarsa prestanza fisica con scatti di velocità sovrumana. Potrebbe sembrare una semplice caricatura, invece Presta lo costruisce letterariamente come portatore di una lingua nuova, tutta da scoprire.

Il grammelot di Granchio è forse la cifra stilistica più interessante del libro. Un "peperone ripieno di sobborghi brutali", onomatopeico e insieme demoniaco, greve e imbevuto di vernacolo istintivo, misteriosamente preciso pur in assenza di una grammatica di riferimento. Giovanni, come il lettore, all'inizio non lo capisce. Poi la percezione si affina a cogliere nella lingua del compagno un evocatore di situazioni, a ricostruire attraverso i suoi campioni acustici (alleprati, rangutano, scacarcio, giobbati, merangolo, ciamparella) aree di senso più ampie e complesse delle cose singole.

Lo spiazzante preludio del leopardo nella savana che risparmia le sue prede è il prologo di una felice incursione nel regno vegetale, a cui Presta dà voce e pensiero lungo il corso del Piantagrane. A differenza degli umani, virtualmente iperconnessi ma in realtà esposti alla familiarità di un mondo estraneo, le piante, che dialogano tra loro comunicando a distanza in una rete invisibilmente ramificata, rappresentano l'immagine consolante di una società che non ha alienato il senso di collettività. A parte il limone, perché ogni comunità ha il suo piantagrane.

Marco Presta
Il piantagrane
Einaudi
pp. 250, 17,50 euro

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