Marco Ansaldo, 'Le molte feritoie della notte' - La recensione

I volti nascosti di Fabrizio De André, mito, icona e amico fragile

le molte feritoie

Le molte feritoie della notte, particolare della foto di copertina – Credits: © Mondadori Portfolio/Angelo Deligio

Michele Lauro

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Prendete un verso da una canzone di Fabrizio De André, una qualunque, e pensatelo come titolo di un libro. Quasi sempre ne viene fuori una fragranza, una schiusa di significati. Marco Ansaldo si è fatto guidare dalla cometa di Amico fragile lungo Le molte feritoie della notte, percorso di riscoperta di un genio che fu prima di tutto un (fragile) uomo. Pensieri, ricordi, riflessioni, un gran lavoro d'archivio nella sterminata bibliografia deandreana e presso le fondazioni a lui dedicate, con la chicca di un'intervista ritrovata in uno scatolone, impressa sul nastro di una C120. Ma anche e soprattutto affetto, riconoscenza, passione: sono le fondamenta di questo libro necessario, se non altro a ricordarci quanto ancora ci manca, a diciassette anni dalla morte. Giacché nessuno ha saputo prendere il suo posto.

La storia di Fabrizio comincia nel quartiere genovese della Foce. "Il mio quartiere", precisa Ansaldo prima di raccontare in presa diretta le dinamiche sociali nel microcosmo dei carruggi di fine anni Cinquanta, spartiacque tra la Genova bene e la casbah del porto da cui De André trasse infinite fonti di ispirazione. In quella Genova frontiera, "sorella dell'Islam", l'artista consolidò amicizie decisive (Tenco, Mannerini, i fratelli Reveberi) maturando una personale visione dei lati oscuri della vita. Viene dai vicoli l'attenzione agli emarginati, ai perdenti, ai deboli, agli oppressi e, per estensione, alle periferie del mondo.

Di fronte ai bivii che hanno costellato la sua carriera di intellettuale - perché questo è stato De André anche se la parola gli farebbe venire l'orticaria, sia quando faceva il cantante sia quando il poeta il traduttore l'anarchico il bevitore e l'allevatore - Faber ha sempre scelto La cattiva strada. La strada meno calpestata, quella più impervia e "disobbediente". Perfino intorno al sequestro di cui fu vittima in Sardegna costruì una rete di protezione anticonformista, con poche spiazzanti dichiarazioni e infine una, una sola canzone in cui raccontò dell'invito all'Hotel Supramonte "dove ho visto la neve". Contro le leggi del branco cioè le ipocrisie di ogni potere (chiesa, stato, famiglia, magistratura...), ha guidato qualche generazione al risveglio delle coscienze pizzicando gentile le corde di una chitarra, con quella sua voce "piena di materia" secondo la pastosa definizione del conterraneo Renzo Piano.

Nel capitolo intitolato Ateo a modo suo, Ansaldo azzarda un parallelismo fra La buona novella narrata da Faber nel 1970 e il messaggio di papa Francesco in questo scorcio di terzo millennio. I diseredati di ogni angolo della Terra sono le figure al centro della riflessione di entrambi. Gli ultimi per primi, quelli che noi "attraversiamo con lo sguardo senza vedere". Le cose che dice oggi Francesco, Fabrizio le cantava quasi cinquant'anni fa (censurato dalla Rai e trasmesso da Radio Vaticana). Aveva colto come epocale il tema delle migrazioni e del riconoscimento dell'altro, continua Ansaldo, in un'epoca in cui il termine globalizzazione non era ancora stato inventato. Mi raggelano sempre i versi della Domenica delle Salme dedicati al poeta della Baggina: "Tentò la fuga in tram / verso le sei del mattino / dalla bottiglia di orzata / dove galleggia Milano".

Perseguiva nel linguaggio una perfezione segreta. Ostinatamente, come un uomo del Seicento ha detto Mauro Pagani, come un Vittorio Alfieri ha detto Ivano Fossati. Quella magia di un verso fatto di parole estranee soggiogate a una limpida aggregazione, diretta all'anima non meno che al cervello. "Si lucidavano le parole", ha raccontato Massimo Bubola a proposito del processo compositivo di uno dei più creativi "contaminatori" nella storia della musica pop, geniale esempio di autore collettivo, come è stato detto. Un ossessivo lavoro di cesello perché gli argomenti alti venissero restituiti in musica alla portata di tutti come un lembo di comunanza, di umanità, di condivisione. A volte di autentica pietas.

Quanto rammarico per i progetti rimasti incompiuti, conclude Ansaldo. Poco prima di ammalarsi Fabrizio aveva scommesso sulla propria vena creativa firmando per due dischi a distanza di 3 anni, e c'erano in ballo anche le sperimentazioni con Luciano Berio, una sceneggiatura da scrivere per la trasposizione cinematografica del romanzo Un destino ridicolo scritto con Alessandro Gennari, un album di classici brasiliani... Ma l'eredità di Fabrizio De André è così viva da superare ogni nostalgia. Precursore coraggioso, resta ancora oggi più avanti del senso comune che il tema sia l'omosessualità o la violenza sulle donne, l'amore o il sesso, l'emigrazione o la (insensatezza della) guerra, la dialettica fra spiritualità e secolarizzazione.

I versi finali di Giugno '73, quelli che accompagnarono il feretro durante il funerale, rimandano ancora l'eco del suo messaggio universale di amore per la vita, nonostante tutto: "Io dico che è stato meglio lasciarci / che non esserci mai incontrati".

Marco Ansaldo
Le molte feritoie della notte
Utet
190 pp., 15 euro

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