"La marcia su Roma" di Paolo Monelli

Diverte suo malgrado il reportage dello storico cronista del Corriere su quella scalpicciata di stivaloni che ha dato il via a tante "marce" politiche odierne, in treno, in nave, in camper...

Benito Mussolini e Rodolfo Graziani (Foto EPA/Ansa)

Carmelo Caruso

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Piero Monelli descrive la marcia su Roma di quel 28 ottobre 1922 un po' come la traversata di Beppe Grillo sullo stretto. E pure Italo Balbo sembra uno del Movimento 5 Stelle che si lamenta della controinformazione dei giornalisti al punto da scrivere "un’edizione speciale di sua mano con tante bugie belle tonde, le più strampalate notizie sul successo della rivoluzione".

Ma sono i pettegolezzi a latere, gli spasmi dei servi, tutte cattive coscienze che si prendono la rivincita, a fare della marcia fascita una farsa, secondo Monelli in La marcia su Roma , Mursia editore. Allora Re Vittorio Emanuele bizzoso manda al diavolo quel poco di buono di Luigi Facta che, pensate un po’, si dimette senza informare il sovrano per poi andarsene a dormire in piena crisi nel suo "appartamento ben ammobiliato" e proprio non vuole saperne di andare a palazzo, una specie di Nitto Palma ex Guardasigilli che dalla Polinesia fu costretto a tornare, con fastidio, per la crisi di governo.
Serviva uno come Monelli, principe dei cronisti del Corriere della sera e de La Stampa spentosi nel 1984, a dissacrare per serietà, questa scalpicciata di stivaloni, ci voleva tutta la sua autorevolezza a raccontarcela, quella del giornalista che non inventa e che suo malgrado fa ridere più delle copertine di Crozza, delle maschere della satira, di una stupida vignetta. Ecco è più arguto il suo monocolo che portava "alla Von Stohem" che la cattiva battuta, la sua miopia che per paradosso si fa cannocchiale.

Così gli audaci sono un gruppo di scalcagnati, anzi "scalzacani male in gamba e peggio armati", secondo il ministro Amendola, che prendono il potere e che fanno della marcia più che velocità una lentezza, non rivoluzione ma involuzione con la cianfrusaglia dell’impero. Una fumisteria, questa su Roma, futurista per improvvisazione che segna l'inizio del fascismo. Monelli s'incapricciò a riassumerla per Storia Illustrata in occasione del cinquantenario e adesso Beppe Benvenuto, direttore della collana Inchiostri di Mursia, si è intestardito, meno male, ancora di più a ripubblicarla a caratteri esorbitanti. E non poteva saperlo certo Monelli che la storia della politica italiana sarebbe stata una geografia, una marcia, roba da onda verde con treno, nave, camper, pinne, Renzi e Grillo, figlie democratiche dirette della sua, l’illusione di scimmiottare Garibaldi con il camper al posto del brigantino.

Sono davvero uno spasso questi fascisti senza scarpe, che di fronte alla regina Margherita non hanno il vestito adatto e che si ostinano a posticipare la scampagnata (ops, la marcia) per mancanza di bottoni o per le uose e le uniformi non ancora pronte. Asserragliato presso la sua redazione del Popolo d’Italia, a Milano in via Moscova, fa perfino sorridere Mussolini che ancora non aveva la mascella aperta a piazza Venezia, e che teneva un fucile nell’armadio timoroso che lo venissero a prendere alla faccia del dannunzianesimo.

Rilassato più che un comandante sembra un gagà che preferisce andarsene al teatro Manzoni per vedere Il cigno di Molnar, traffica, s’infuria con Cesare Rossi suo segretario e con Alfredo Lusignoli, senatore giolittiano e prefetto di Milano, una sorta di faccendiere, che negozia per il duce e che si sbraccia per ottenere il ministro degli Interni che naturalmente Mussolini terrà per sé, facendo dell’interim una velleità.

Manca la marcia che infatti non è marcia, ma parodia che diverte la gente. E neppure Mussolini ebbro di socialismo, che sognava la sua presa al palazzo d’inverno, si azzarda a definirla rivoluzione o insurrezione dato che non c’è la deposizione del sovrano.

Così Roma è un’intonazione da aforisma : "O Roma o Orte", nulla più che avanspettacolo, roba da Corrado Guzzanti e i suoi vestiti d’orbace su Marte. Intirizziti, racconta Monelli, ci arrivano i fascisti con i tabarri, affamati e mancano solo le carote per farne una estemporanea protesta come quella degli studenti "bastone e …" contro il ministro dell’Istruzione Francesco Profumo.

In treno, seduto in carrozza, come fosse già un rimborso da casta, giunge ad opera finita Mussolini, (a proposito chi tra i leader che si presentano alle primarie userà il treno?) e fa la figura del leghista attento a strappare più portafogli possibili a Giolitti tra lo stupore dell’imperturbabile Facta che si chiede "ci si può fidare di questo Mussolini?".  E però è nell’arte dell’insulto che si supera e fa rimpiangere la retorica agli stenografi di Montecitorio che mai scriverebbero oggi "porcino infame, infamabile da infamarsi" (Mussolini su Nitti) e c’è certamente la spocchia di Balbo "dottorino", la protervia di De Vecchi o di Luigi Federzoni, tutti gerarchi, che raccontati da Monelli sono album di famiglia, una squadra di calcetto, che succhia dalla provincia l’arditismo e lo riversa su Roma.

Si inserisce a destra anche questa viltà, cameratismo disinteressato camuffato da amicizia e non si sa perché i quadrumviri fanno venire in mente i colonnelli di Fini che si vestivano male, l’attacchino Francone Fiorito e le ostriche della Pisana. E alla fine non sono altro che dettagli, un tromp l'oleil, che ogni giornalista ricerca, la chiave del pezzo, di quel giornalismo manierato che stava a metà tra la terza inventata da Alberto Bergamini e la cronaca manoscritta di Luigi Barzini a sfidare i filmati della Luce perché destinati a un pubblico che "leggeva adagio per riempire le serate vuote e si godeva lunghi resoconti di cose avvenute, assaporando le descrizioni, l’aggettivo azzeccato, la battuta ironica, l’aneddoto", quel pubblico per cui erano nati gli elzeviri.

Da questo reportage di Monelli discende il guardaroba della Repubblica, le maniche di camicia di Pierluigi Bersani arrotolate, il gessato di Marcuccio il Robin dell’Idv, la canottiera di Umberto Bossi che rimandano ai "cappelloni, le ghette del duce, la tuba, le fasce mollettiere", genesi di una storia dell’abbigliamento politico che inizia da "certi giustacuori fatti di medaglie e di croci intorno ai petti" e prosegue fino al loden dei tecnici che è segno di sobrietà, la felpa di Bertolaso, il nodo regimental di Berlusconi, nodo facile da slacciare.

E peccato che non ci fosse la Consulta per risolvere la querelle fra il re che non proclama lo stato d’assedio e che non ha il carisma di un migliorista e i ministri che invece fanno affiggere i manifesti ("Ho dovuto chiamare questa gente perché mi hanno abbandonato"), tutti poi "pronti a entrare nel governo con la morte nel cuore" che sta a epigrafe degli "a insaputa italiana".

Insomma è da ridere questa marcia, sbracata come l’Italia, improvvisata, terribile come le gite di Gasmann, vestita male, un paese che non può fare la rivoluzione, ahinoi, per mancanza... di cappotti.

La marcia su Roma
di Paolo Monelli
Ugo Mursia Editore
pagg. 11, 8 euro

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