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'Manhattan Beach' secondo Jennifer Egan

Intervista all'autrice premio Pulitzer sul suo ultimo romanzo

Jennifer Egan, Manhattan Beach

Antonella Sbriccoli

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"Rose si era sbagliata dicendo che il mondo sarebbe tornato di nuovo piccolo. O almeno non sarebbe mai più stato il piccolo mondo di prima. Erano cambiate troppe cose. E, fra una trasformazione e un riallineamento, Anna si era infilata in una crepa ed era scappata." (Jennifer Egan, Manhattan Beach)

Storico, noir, romanzo tradizionale rispetto alle sperimentazioni narrative a cui Jennifer Egan ci ha abituato con Il tempo è un bastardo e La fortezza: comunque lo si voglia definire Manhattan Beach, l’ultimo capolavoro dell’autrice americana è soprattutto un romanzo ‘eganiano’ felice e profondo, capace come solo le grandi narrazioni sanno essere di trasmettere emozioni e sensazioni che restano con il lettore per molto tempo.

Al centro della storia New York alla vigilia della Seconda guerra mondiale, con il fermento dei suoi cantieri navali, i bar portuali pieni di sindacalisti irlandesi, i gangster pronti a sparare, il quartiere di Brooklyn popolato di ragazzini che giocano per strada. In questa realtà tutto appare e scompare, affiora e si nasconde, rivelando, attraverso crepe e fosforescenze, la parte nascosta di ogni personaggio: quella che ce lo fa sentire reale e pulsante di vita. Anna, la protagonista della storia, giovane donna tenace e intraprendente, suo padre Eddie e Dexter Styles, il gangster che avrà un ruolo fondamentale nel determinare il destino di tutti i membri della famiglia Kerrigan, sono personaggi dalle mille sfaccettature, modernissimi e autentici. Camminiamo con loro sulla sabbia fredda di Manhattan Beach, sentendola infilarsi nelle nostre scarpe e con loro percepiamo il "mondo di ombre fondersi con quello visibile a tutti". 

Abbiamo parlato di Manhattan Beach con Jennifer Egan soffermandoci su alcuni punti chiave del romanzo. Ecco che cosa ci ha raccontato.

L'ambientazione della storia a New York alla vigilia dell'entrata degli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale

"Cercavo l'ambientazione per una narrazione che creasse un buon rapporto tra spazio e tempo e mi sono resa conto di come la Seconda guerra mondiale per New York City fosse un’ottima lente di ingrandimento per mettere a fuoco tutta una serie di aspetti interessanti. Preparandomi per la scrittura di questo libro - gli approfondimenti sono iniziati nel 2004 - ho letto talmente tanta narrativa scritta nella prima parte del XX secolo da essermi immedesimata nello stile di quel periodo".

Le ragioni della  scelta di una protagonista femminile che vuole fare il palombaro

"La prima cosa che volevo descrivere è stata New York negli anni Quaranta, la guerra che si stava combattendo e quindi arrivare a una situazione estrema. Anna è una donna che va contro qualsiasi pregiudizio e contro qualsiasi regola in modo non superficiale. E' anticonvenzionale, ma vive anche in un momento in cui l’ambiente cambia drammaticamente e nulla sembra irrealizzabile. Ho trovato la possibilità di far operare delle scelte così intraprendenti al mio personaggio molto avvincente. La decisione di farle fare la palombara è venuta per caso. Ho visto una fotografia di un palombaro delle forze civili che lavorava in un cantiere navale di Brooklyn e mi ha molto colpito. Mi è sembrata subito una figura essenziale per il mio libro. Tra l'altro, dopo l'incendio del transatlantico francese Normandy avvenuto in un cantiere navale di Brooklyn, molti palombari avevano lavorato per ripristinare la nave. Scrivendo, mi sono resa conto di come un personaggio che andasse sott'acqua rappresentasse per me un'ottima possibilità di coniugare una trama superficiale e un sottotesto".     

L’importanza dell'acqua e delle ombre che si aggirano tra le pagine

"Il tema dell’acqua ha rappresentato subito una cosa fondamentale, una lente di ingrandimento perfetta per andare oltre le apparenze. New York è una città portuale, caratterizzata da acqua e ombre: le ombre dei palazzi, delle barche, degli alberi. Quando ho iniziato a esaminare le fotografie della città all'inizio del XX secolo mi sono resa conto che tutto ruotava intorno a questi elementi.

Il perché del passaggio dal romanzo sperimentale alla narrazione di una storia ambientata nel passato

"Questo romanzo è ambientato in un’era in cui la tecnologia non c’era e questo mi ha spinto ad essere più combattiva nell’affrontare la frammentazione e la diffrazione della storia. Rispetto a Il tempo è un bastardo, l’ambientazione storica mi ha permesso di lavorare meglio sulla struttura della vicenda. In questo tipo di narrazione, se si fa un balzo verso il futuro è come se si manipolasse la storia. Utilizzando il passato, ho trovato il modo di parlare di situazione sì estreme, ma con una scrittura che non ricorresse ad artifizi. Mi sono sentita molto sollevata, come se mi fossi resa conto di essere un po’ stanca e annoiata dalla tecnologia. Volevo ritornare alla sana narrativa in cui situazioni estreme come la guerra e i naufragi si descrivono in modo più naturale. Ho lavorato su come si crea una certa atmosfera e su come si riesce a descrivere un dramma dimenticando la frammentazione linguistica e la tecnologia". 

Il bello della narrativa quando lo scrittore trova la sua via

"Io cerco sempre di scrivere dei personaggi che arrivino a convincere i lettori. Per farlo devo inventare delle personalità che non esistono nella realtà. Per questo scrivo a mano, poi butto tantissime pagine: voglio sorprendermi, inventare, fino a quando non arrivo a trovare due cose che sono molto importanti quando si scrive narrativa. La prima è accentrare l’attenzione sulle contraddizioni, perché sono le contraddizioni che ci definiscono: senza contraddizioni non non avremmo senso e molto spesso le nostre cose peggiori sono anche le nostre cose migliori. Questo ci permette di comprendere chi siamo. La seconda cosa sono le consuetudini mentali dei personaggi: un personaggio deve essere coerente, perché l’espressione più alta della narrativa si ha quando si riesce ad entrare nella mente della propria creatura. Tutto quello che è fatto su base immaginaria nelle altre forme d'arte fa venire le cose dall'esterno. Solo la narrativa fa venire le cose dal tuo interno".

Leggendo Manhattan Beach ci viene spontaneo pensare che, ancora una volta, la Egan sia riuscita a raggiungere il suo scopo, regalando ai lettori un romanzo bellissimo.

Jennifer Egan, Manhattan Beach

Mondadori, 2018. 510 p.

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