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Mandorle, spicchi d’arancia e uva passa: la pièce montèe descritta da Flaubert

Cene d’autore/7. La descrizione della pièce montèe è uno dei passaggi chiave del romanzo francese. Ma anche gli stufati e le zuppe fumose….

Cucina e narrativa hanno un lungo e consolidato rapporto. Da secoli,    anzi da millenni. Non c’è scrittore che non se ne sia occupato,   mettendo  a tavola i suoi principali personaggi. In dieci puntate , proviamo a raccontare il rapporto tra cibo e letteratura attraverso classici, romanzi e libri di successo.

Sarà pure secondaria, ma non è mai un dettaglio, anche perché si ritrova in tutti i momenti centrali dei suoi romanzi. Che la cucina, per Gustave Flaubert, non sia cosa di scarso rilievo, si capisce sin dall’avvio di Madame Bovary . Prendete l’incontro tra Emma e il medico di campagna (Bovary, appunto) che si reca a fare visita a monsieur Roualt, il padre della giovane donna che si è appena rotto una gamba.

Subito dopo la visita, il dottore è invitato al desco, dove trova piatti d’argento e sul pavimento, strano ma vero, alcuni sacchi di frumento che non avevano più trovato posto nel granaio adiacente. L’estrazione di Emma è contadina, è vero. Eppure, ha pur sempre ricevuto un’educazione «da signorina, alle Orsoline». Flaubert usa il cibo per farcelo capire, e porre in evidenza così la vistosa contraddizione. Cibo che però qui non è neppure menzionato.

Accade il contrario più avanti, quando Emma si sposa. La descrizione della torta nuziale prende il sopravvento. È una pièce montèe che «fece gettare delle grida. Alla base c’era un piano di cartone celeste che raffigurava un tempio, con i suoi portici, il colonnato e delle statuette di stucco, tutt’intorno dentro nicchie cosparse di stelle di carta dorata; al piano superiore si alzava un torrione di gâteau di Savoia, circondato da fortificazioni di erba angelica, mandorle, uva, passa, spicchi d’arancia; e finalmente, sulla piattaforma più alta – che era un prateria verde con delle rocce, dei laghetti di marmellata e dei battelli fatti con gusci di nocciole – si vedeva un Amorino che si dondolava su un’altalena di cioccolato, i cui sostegni finivano in due bocciolini di rosa, in guisa di palle, là in cima».

Ma è tutto il banchetto che tradisce, nella sua grossolanità, l’estrazione provinciale del rito: «Vi erano sopra tutto lombate di bue, sei fricassee di pollo, del vitello in casseruola, contornato da quattro salsicce all’acetosella. Agli angoli si innalzavano grandi caraffe di acquavite. Il sidro dolce imbottigliato spingeva la sua schiuma densa intorno ai turaccioli e tutti i bicchieri erano già riempiti di vino fino all’orlo. Grandi piatti di crema gialla, che tremolavano al minimo urto della tavola, presentavano sulle loro lisce superfici le cifre dei novelli sposi in arabeschi di nonpareille».

La luna di miele di casa Bovary è però presto destinata a svanire in un rancoroso tran tran. Il pranzo di ogni giorno è decisamente diverso da quello nuziale. Non solo per le pietanze, ma per i modi dei commensali. Charles non è il nobiluomo dai tratti raffinati che sperava Emma e, tra una zuppa e un  bollito insipido, le frustrazioni di Madame si condensano così proprio sul desco: «Ma era soprattutto nelle ore dei pasti che Emma non ne poteva più, in quella piccola sala al pianterreno, con la stufa che fumava, la porta che strideva, i muri che trasudavano e il pavimento umido; tutte le amarezze della vita le sembravano servite sul piatto, e con il fumo del lesso le salivano dal fondo dell’anima, zaffate di nausea e di noia».

Il resto è storia tragica e nota, col cibo che resta muto testimone di un dramma descritto con proverbiale grazia e analiticità.

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