"Maledetti sudamericani" di Giorgio Burreddu e Alessandra Giardini

Storie memorabili di volti meno noti da un mezzo continente innamorato del pallone. Con postfazione di Cesare Prandelli

Un frammento del disegno di copertina di "Maledetti sudamericani" (Ultra Sport)

Marco Morello

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Ci sono storie di promesse mai mantenute, come quella del bomber brasiliano da zero gol: una schiappa che si è finta campione e, in bilico tra truffe e fortuna, è sempre riuscita a gabbare club blasonati e presidenti scafati. Ci sono amicizie affossate nella polvere che altra polvere, quella densa di una profonda miniera cilena, ha riportato alla luce con coraggio e lentezza. E poi abbandoni a vizi sfrenati, scivoloni grossolani su orgoglio e ingenuità, ironiche vendette del caso e tragedie soffocanti come quella del campione argentino desaparecido prima di un Mondiale cupo, vinto da un Paese con troppe ferite addosso e derubato della solita gioia.

Il calcio è il pretesto perfetto in Maledetti sudamericani  scritto a quattro mani dai giornalisti sportivi Giorgio Burreddu e Alessandra Giardini: funziona come punto di partenza o di approdo, ma in mezzo lascia scorrere volti e racconti con snodi da romanzo e però sorprendentemente veri. È così che la narrativa si contamina di politica, di cronaca fresca e sbiadita e di tutte le contraddizioni di anni inquieti lì come qui, dall’altra parte del mondo come dalla nostra. Fino alla gustosa apertura sul futuro, la postfazione di Cesare Prandelli, che confessa: «È da quando sono diventato ct della Nazionale che ho in testa questo Mondiale, ma faccio di tutto per non essere ossessionato da questo pensiero, distolgo la mente, mi impegno in qualcosa di diverso, lavoro, risolvo i problemi uno alla volta. Tutto per non dover ammettere che ci siamo, che sto per vivere il sogno più grande della mia vita professionale».    

«Maledetti sudamericani» è in fondo una sorta di antipasto dell’avventura che inizierà a giugno 2014. È un lavoro di scavo dentro un mezzo continente che impazzisce per il calcio; crea una galleria di nomi inconsueti divisi per regione di appartenenza: Perù, Colombia, Bolivia e tutto intorno. Si può leggere in ordine, percorrendo il filo rosso dell’incontro tra due generazioni, assecondando l’espediente scelto dagli autori delle favole di fútbol raccontate da un nonno a un bambino. Oppure piluccando qui e là, bighellonando tra i Paesi come farebbe un dito che vaga lungo una cartina.

Nel libro di Burreddu e Giardini, scritto con uno stile lucido, efficace e coinvolgente, non ci sono i soliti noti come Pelé o Maradona, o meglio sono evocati di striscio, restano sullo sfondo o dentro una telecronaca urlata fino a svuotare i polmoni, come elementi necessari e imprescindibili di un mondo che loro più di altri hanno saputo imbottire di colore e di epica. I protagonisti sono outsider, campioni provvisori, eroi ed emarginati, maledetti per l’appunto. Personaggi che inseguono il loro destino, qualunque potrà essere, con la stessa caparbia tenacia con cui rincorrono un pallone che rotola.      

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