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'Lunissanti' di Anna Melis, intervista all'autrice

Si può scrivere un romanzo sull’amore, sui suoi molteplici e irrazionali volti, senza trasformarlo in un banale romanzo d’amore? Lo abbiamo chiesto all'autrice

Anna Melis, Lunissanti

Antonella Sbriccoli

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Anna Melis, autrice cagliaritana, è tornata da pochi giorni in libreria con il suo terzo romanzo, Lunissanti. Il suo primo romanzo, Da qui a cent'anni (2012), fu finalista al Premio Calvino e venne accolto con grande entusiasmo dai giurati, tra cui Michela Murgia, Daria Galateria, Daniele Giglioli. Nel 2014 ha pubblicato, sempre per Frassinelli, L'ultimo fiore dell'anima.

Partiamo dal titolo, che cosa significa “Lunissanti”?

Lunissanti, o Luni Santu è il Lunedì Santo, cioè il lunedì successivo alla Domenica delle Palme, in cui si svolge un’affascinante processione religiosa che vede protagonisti i Misteri della Passione di Gesù, gli oggetti che la simboleggiano, e due gruppi di persone, i Cantori e gli Apostuli, che costituiscono l’anima stessa della processione. Ma forse sarebbe più corretto dire che l’anima della processione è il sentimento religioso della gente, che si unisce a quello popolare più antico, medievale, di identità storica e culturale, un sentimento che celebra la spiritualità insita negli abitanti e nei luoghi di Castelsardo.

L’aletta di copertina del tuo romanzo è firmata da Cristian Mannu, che inizia ponendo due domande: “Si può scrivere un romanzo sull’amore, sui suoi molteplici e irrazionali volti, senza trasformarlo in un banale romanzo d’amore? Si può ambientare una storia in una Sardegna del primo Novecento senza cadere in abusati cliché e ambientazioni già note?” Puoi provare a rispondere tu?

Non so... Dovrei dire che ci ho provato e con successo, come suggerisce dolcemente Cristian? La verità è che l’anima delicata è quella di Mannu, che leggendo accuratamente il mio manoscritto, ha voluto celebrarne questo contenuto più di altri, un contenuto “al femminile”, che la mia penna ostinata e un po’ romantica non riusciva a tener nascosto, nonostante il mio obiettivo fosse la storia, non la storia d’amore. Di fatto, come non assecondare il dolceamaro sentimento degli affetti che guida il vivere di tutti noi, dall’infanzia?  Sarebbe come fare una cronistoria di qualcosa senza esserne coinvolti, senza sentirla mai nostra, e dunque cadrebbe il presupposto della mia scrittura.  Il perché, poi, mi venga da scrivere al passato, negli anni Venti come nel romanzo, è perché nell’inconscio guardo la mia Sardegna con nostalgia, come un luogo perduto dove non posso tornare a vivere, e come per un nido d’infanzia, ne ho un ricordo carissimo.

Un altro tema centrale del romanzo è il rapporto tra madre e figlia. Sbagliamo se diciamo che descrivendo il contrasto tra l’arretratezza culturale, e psicologica, della madre, e la tempesta di passioni “moderne” che invece contraddistingue la figlia Ada hai voluto anche raccontare il passaggio psicologico e sociale che ha caratterizzato l’inizio del Novecento?

Non ho voluto indagare e raccontare un passaggio psicologico-sociale di inizio Novecento, non ne sarei capace. E’ chiaro che ci sono dei riferimenti storici, ma ho piuttosto indagato il passaggio psicologico dei personaggi nel loro contesto. E’ vero che Mama Lucia rappresenta “il vecchio”, “il retaggio antico”, “l’antitesi della novità e della freschezza”, ma è solo l’antagonista di Ada e Lauretta. Il rapporto cardine è tra le due sorelle: i due volti di una stessa anima, che è un’anima femminile. Ada non vuole crescere, ha paura di diventare adulta con tutta la disillusione che comporta, Lauretta, piccola, corre a grandi passi verso la dimensione adulta, quella che finalmente ha una chiave di lettura delle cose. Questo passaggio a due velocità è ciò che vivono le fanciulle negli anni difficili della preadolescenza e dell’adolescenza. Un passaggio anch’esso epocale, per tanti aspetti!

Nel romanzo ricorre spesso una dimensione “concentrazionaria”. Più di un protagonista si trova in alcuni passaggi a vivere l’esperienza della prigionia, chi in carcere chi in ospedale. È solo un espediente narrativo o è anche la metafora di una condizione umana che hai voluto raccontare?

Certo è la metafora di una condizione umana.

La prigionia vera, quella dei deportati della Prima Guerra all’Asinara, la si può leggere nelle lettere (bellissime) che loro stessi scrissero ai parenti, ma anche a se stessi, al solo scopo di scriverle, per non “perdersi”.  E poi la prigionia vera è anche quella della mia Ada che vive un’esperienza di reclusione al manicomio per il solo fatto di essere adolescente e “ribelle”, un po’ come Alda Merini: non si può prendere per le ali una farfalla, perché dopo non riuscirà più a volare.

La società impone prigionie svariate e diverse, concrete, nelle diverse epoche, ma accanto ad esse ci sono quelle culturali, familiari, relazionali, sociali, che non hanno catene sbarre o muri, bensì confini impalpabili. Tutte queste condizioni di reclusione, tangibili o meno, possono mettere in ginocchio l’anima ma anche, al contrario, “liberarla”. Costa molta fatica e sofferenza. Quindi, la metafora del carcere e del manicomio si fonde con la condizione vera dello spirito di Adelina, di una fanciulla cioè che deve lottare per liberare se stessa da rituali, pregiudizi e aspettative che cercano di ridimensionarla, renderla meno ingombrante e più facile da controllare, farla “sbiadire tra le pareti di casa”. Per fortuna c’è Lauretta a ribellarsi. Il desiderio di vivere che prende il sopravvento. 

Quanto conta la Sardegna per la tua scrittura? Pensi che esista una letteratura sarda? E se sì, senti di appartenervi?

Certo che esiste una letteratura sarda. A partire da Grazia Deledda basta citare alcuni dei nomi più grandi come Giuseppe Dessì, Salvatore Satta, Sergio Atzeni, e poi gli scrittori contemporanei come Michela Murgia, Marcello Fois, Salvatore Niffoi, e infine tutto il fiorire di Autori anche giovanissimi che si affacciano con entusiasmo e dignità sul panorama letterario nazionale.

Per me, la Sardegna conta moltissimo, perché è la mia terra. Conta perché la amo e  non posso prescinderne. Conta perché metà della mia vita è stata vissuta su quella terra e, anche volendo, non riuscirei a scordarla. La scrittura, che io lo voglia o meno, è il mio tramite di appartenenza. Io voglio celebrarla, la mia terra, in tutte le sue parti, e sarebbe bellissimo, il sogno nel cassetto, riuscire a far parte, un giorno, della letteratura sarda. Vorrei che la scrittura fosse questo per me: un dare grandezza a una pietra antica e dimenticata. E se la pietra è l’isola, è la mia anima che non deve dimenticarla.

Anna Melis, Lunissanti

Frassinelli, 2018, 292 p.

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