Luigi Zingales, Il Manifesto Capitalista libro economico top del 2012

L'economia è una scienza sociale e non naturale. Il problema non sono solo le regole ma l'educazione. E il liberismo diventa populista

L'economista Luigi Zingales (The University of Chicago Booth School of Business) nel Salone dei partecipanti a Palazzo Koch, sede della Banca d'Italia - Roma, 25 settembre 2012. (Credits: ANSA/CLAUDIO ONORATI)

Marco Cobianchi

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Quando ero a circa a metà della lettura dell'ultimo libro di Luigi Zingales ho twittato “Manifesto capitalista è il miglior libro del 2012”. Poi sono arrivato all'ultima pagina. E confermo: Manifesto capitalista (Rizzoli, 2012) è il miglior libro economico del 2012. E Zingales l'economista italo-americano più acuto che ci sia in circolazione. Acuto e non ideologico. Cioè: la caratteristica di Luigi Zingales che mi ha colpito di più è che è disposto a cambiare idea, a modificare le sue convinzioni, ad adeguarsi alla realtà.

E già questo sarebbe un ottimo motivo per seguirlo (anche su Twitter) con grande attenzione. In un ambito, soprattutto, ha cambiato radicalmente idea: quello dell'etica nell'economia di cui parla in modo molto diverso da come aveva fatto nei suoi precedenti lavori.

Ovviamente non si possono toccare tutti i temi affrontati anche se sarebbe interessante approfondire la sua battuta, che tale non era, quando disse, in un'intervista, che in Italia questo libro sarebbe definito “populista”. È così. In effetti, a leggerlo con gli occhi di un italiano la prima impressione è che il liberismo di cui parla Zingales non è di sinistra, come sostengono Giavazzi ed Alesina, ma è, appunto, “populista”. E, soprattutto, è fragile.

Talmente fragile che lui stesso riconosce e descrive come in Usa stia di fatto scomparendo a causa dell'azione delle lobbies, dei conflitti d'interesse e,a volte, anche per colpa degli economisti. Approposito: se c'è un capitolo sul quale ci sarebbe lungamente da discutere è quello dedicato agli errori degli economisti.

Ammette che “quello a cui abbiamo assistito è stato un fiasco di tutta la categoria”, ma lo spiega con argomenti non del tutto convincenti, almeno per uno che non fa parte della confraternita, come, ad esempio, lo “spirito di corpo” e lo “thinkgroup”. Dettagli, che impallidiscono di fronte a una frase che deve aver scritto in una momentanea dissociazione con molti dei suoi compagni di cammino di “Fermare il declino” : “L'idea che un piccolo gruppo di intellettuali debba guidare il popolo ignorante verso ciò che è buono per lui, anche a costo di ingannarlo, va per la maggiore anche in America”. E anche in Italia, aggiungo.

E arriviamo all'etica. Siccome io penso che la prima caratteristica di un banchiere, di un imprenditore, di uno speculatore, ma anche di ogni singolo dipendente, se vuole far marciare il libero mercato, non sia quello di aver studiato alla Bocconi, ma di essere una brava persona (qualunque cosa si intenda con questo termine piuttosto vago, ma chi vuole capire, capisce), ho particolarmente apprezzato il fatto che Zingales, dopo un lunghissimo percorso di approfondimento, sia arrivato anche lui alla stessa conclusione. E cioè che il problema non sono (solo) le regole, ma soprattutto l'educazione.

In Salvare il capitalismo dai capitalisti (Einaudi 2004) questo tema non era nemmeno affrontato: in quel libro si delegava l'ottimo funzionamento dei mercati alla alla mano invisibile che la regolamentazione aveva il solo compito di assecondare. Ne Il buono dell'economia (Università Bocconi, 2010, un colloquio con il direttore de “La Civiltà Cattolica” Giampaolo Salvini) ha fatto un passettino in più, riconoscendo che nelle aule delle Università si può insegnare sia ciò che è “giusto” sia ciò che è “logico” e, trovandosi davanti a questo dilemma, lui stesso diceva che “come economista mi pongo quotidianamente di cosa insegnare ai miei studenti. Devo limitarmi ad illustrare loro delle equazioni alla lavagna o devo fornire anche elementi prescrittivi all'agire di futuri economisti?”

La risposta a quella domanda è arrivata ora, (con due anni di ritardo, ma è meglio di niente). In Manifesto Capitalista, Zingales spiega che “gli economisti sono ipersensibili all'eventualità di ritornare a far ricorso a ogni genere di considerazioni morali nella loro materia. Ma è una posizione ipocrita”. E chi deve insegnarle queste “considerazioni morali”? Nel Il buono dell'economia Zingales c'era un atto d'accusa molto pesante verso la Chiesa (ma solo quella cattolica) che, invitando a pregare per i bancarottieri truffatori deviava dal suo scopo, quello di indicare la “retta via” (senza per altro, suscitare alcuna risposta da parte di Salvini).

Ora dice che a insegnare ciò che è “giusto” devono essere le business schools, cioè lui. Cioè: il problema non è (solo) regolamentare, insomma, ma educativo. Le business schools “dovrebbero essere le prime a impegnarsi a imporre al mercato alcune semplici norme che scoraggino i comportamenti puramente opportunistici anche quando decisamente redditizi”. Questa frase è la conclusione di un percorso intellettuale interessante che torna a mettere al centro della questione l'uomo e il bene comune che non è raggiungibile attraverso le regole ma attraverso l'educazione. E fa tornare l'economia ad essere una scienza sociale e non una scienza naturale. Ora si attende che anche Zingales, come tutti quelli prima di lui che hanno sostenuto e continuano a sostenere questa posizione vengano accusati di voler imporre la “sharia” all'economia italiana (cit. Giavazzi).

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