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'll ragazzo morto e le comete': rileggendo Parise

Il timbro magico dello scrittore vicentino (1929-1986) nel romanzo d'esordio ripubblicato in edizione speciale

Il ragazzo morto e

Il ragazzo morto e le comete, particolare della copertina – Credits: progetto originale di Giulio Paolini, Più d'uno, 2016, collage su carta

Sono passati trent'anni dalla scomparsa di Goffredo Parise, scrittore e intellettuale fra i grandi del secondo Novecento italiano. Ricordato principalmente per i Sillabari, racconti brevi pubblicati sul Corriere della Sera e poi raccolti in due volumi (con il secondo vinse il Premio Strega nel 1982), continua a esercitare un'influenza profonda sui narratori contemporanei. Come una figura frattale, la sua opera può essere scomposta in tante schegge che prese singolarmente replicano la struttura-madre: un'allegoria poetica senza centro, "diffusa" attorno alle particelle elementari del vivere.

Primo tassello del mosaico fu ll ragazzo morto e le comete, romanzo "strano" di un ventenne destinato a sicuro insuccesso ma poi diventato un caso editoriale di successo. Lo pubblicò Neri Pozza nel 1951 con una lungimiranza che merita rispetto, poi di quel bizzarro psycho-game, come lo stesso Parise definì il suo esordio, si sono succedute negli anni le edizioni Feltrinelli (1965), Einaudi (1972), le Meduse Mondadori (1985), Rizzoli (1997), Adelphi (2006). Neri Pozza si riappropria ora della primogenitura con una nuova edizione impreziosita dalla copertina di Giulio Paolini, maestro dell'arte concettuale, e nell'interno dalla riproduzione di alcune pagine del manoscritto originale, belle da vedere accanto ai caratteri a stampa.

Sì, il giovane Parise scriveva a mano su fogli bianchi pieni di cancellature, con grafia acerba ma dal tratto personalissimo. Come un amanuense (erano appena gli anni Cinquanta!), usando le parole come ricaptatrici del flusso di emozioni sprigionatosi dalla realtà. Il recupero di quella prima stesura con la sua "geniale impurità", nota Ermanno Paccagnini nell'introduzione, testimonia il legame viscerale dello scrittore con il libro d'esordio, iniziato ad appena diciotto anni e che pare abbia letto al suo editore nel giro di una notte. Era il passo fatale nella misteriosa palude della scrittura: "Ho cominciato davvero allora a scrivere e lo sto ancora facendo senza tuttavia sapere il perché".

Con grande lucidità fu lo stesso Parise, ventenne, a tracciare le linee guida di una poetica ancora oggi all'avanguardia. "Per me il principio è dentro la fine e viceversa, niente accade o si svolge che non sia già svolto... il tempo è quello che ognuno, ogni uomo come un'isola o un continente, svolge dentro di sé... sospeso è tutto quello che scrivo, in quanto io voglio farlo mancare di termini precisi, di una storia precisa, di una morale precisa". Non a caso nel 2015 Mauro Covacich, uno dei brillanti interpreti della scena narrativa contemporanea, lo indicò come suo mentore: "Ad attrarmi in modo irresistibile in quelle pagine", scrisse nell'introduzione alla nuova edizione di Anomalie, era l'intento di "scoprire non la realtà bensì la vita - la microfisica spesso irreale o surreale o comunque motivo d'incanto del nostro passaggio sulla terra".

Che effetto fa allora rileggere oggi Il ragazzo morto e le comete? Straniante, forse esattamente come parve all'epoca ai primi (pochi) lettori. E tuttavia emozionante e in un certo senso familiare, perché intanto il cinema, il teatro, l'arte, la letteratura hanno ben allenato il nostro cervello a uscire dal tempo lineare e a ricomporre una storia a partire dai suoi frammenti. E perché la psicanalisi ci ha insegnato a vedere nel linguaggio dei simboli la manifestazione creativa del nostro inconscio. Questo è infatti il debutto di Goffredo Parise: una fiaba lievemente psicotica simile a un sogno, costruita sul ricordo di un canovaccio neorealista. Per usare ancora le sue parole, un racconto inconsapevolmente "lirico e cubista (cioè romantico) sull'amicizia tra due ragazzi, al tempo dimenticato del tramonto e della fine dell'Occidente".

In sei quadri appena sbozzati ma autosufficienti, figure a volte poco più che ombre si affacciano al sudicio canale di una città squassata dai bombardamenti. "Soltanto l'assurdo è la speranza" di queste esistenze che popolano solai, cantine, sottoscala colmi di cianfrusaglie, in simbiosi con animali domestici (topi, gatti) o esotici (pappagalli, civette, pavoni). Si balla, si rema, si ama, si vola. Sembra la rappresentazione di una malinconica surrealtà. Invece assurdo e speranza s'incontrano nel crepuscolo imprevedibile dell'adolescenza. Il ragazzo morto e l'amico Fiore si cercano nel limbo effimero che separa il sonno e la veglia, il desiderio e la noia, la guerra e la pace, la vita e la morte, l'amicizia e l'amore, l'essere e il nulla. Si sfiorano, si perdono: qualcuno potrà mai dire per sempre?

Questo libro contiene una miccia esistenziale in parte inesplosa. I turbamenti emotivi della gioventù, le incertezze su un'identità virile ancora tutta da costruire, il disagio dei sopravvissuti allo choc della mattanza. I pensieri sulla morte, quell'attrazione per il paese ignoto dove tutti siamo diretti che nell'adolescenza non è ancora divenuta tabù. Perfino la dimensione onirica e decadente di Venezia sembra anticiparne il futuro, cioè il presente della città-giocattolo che ha smarrito l'anima. Le parole del giovane Parise incidono un segno nella neve: "La lapide bianca sulla tomba del mio amico ... mi fa l'effetto di una di quelle cose che si cominciano con grande entusiasmo e poi invece si abbandonano a metà e si lasciano in giro per la strada".

Stava parlando della vita, come sempre del resto. Dell'apparenza che nasconde enigmi indecifrabili. Illuminando di colore le cose che sbiadiscono, il poeta vede sorridere al suo passaggio le vecchie case sdentate, nell'attimo di uno svelamento improvviso. Torneranno, quegli attimi, purissimi nei Sillabari, torneranno i personaggi stravaganti eppure così familiari. Uno che mi piace ricordare è Tom, il pittore americano protagonista del racconto Libertà. Era un tipo povero ma felice, lo descrive Parise. E "come tutte le persone felici, sapeva a malapena di essere povero e non sapeva affatto di essere felice".

Goffredo Parise
Il ragazzo morto e le comete
Neri Pozza
201 pp., 14,50 euro

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