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Liberalismo, istruzioni per l’uso

Il promotore di un appello che ha raccolto consensi trasversali risponde alla domanda: che cosa significa, nel 2012, essere liberali?

«Les collecteurs d’impots» di Marinus Claeszoon van Reymerswaele (1493-1567). (Credits: Mondadori Portfolio)

Si può arrivare a una diversa offerta politica in Italia partendo da alcuni libri, invece che dagli arabeschi bizantini della maggioranza Abc che sostiene Mario Monti, e di Beppe Grillo e Antonio Di Pietro che l’avversano? Si può, eccome. Anzi, talvolta si deve.

Spiego dunque come e perché l’appello che ho firmato insieme ad altri 240 accademici, professionisti, manager, imprenditori ed esponenti di associazioni e società civile, appello che insieme a 10 punti programmatici trovate su fermareildeclino.it con indicate le modalità di adesione e sostegno, nasca in alcuni dei promotori proprio dalla lettura di alcune opere.

Che vi caldeggio di prendere in mano, nel caso appello e programma vi lasciasse, com’è legittimo, incerti o delusi. Cominciate con Sudditi, il libro edito il mese scorso dall’Istituto Bruno Leoni (Ibl), libro che potete comprare anche informato ebook, se non lo trovate in libreria. In 20 capitoli dedicati da autori diversi a distinti aspetti dell’Italia di oggi, e in una prefazione di Nicola Rossi che dell’Ibl è presidente, trovate il nocciolo da cui partire.

Questo: in Italia da cittadini siamo diventati sudditi. Sempre più man mano che lo Stato si allargava con più spesa pubblica, più tasse e più debito. Perché la politica della Seconda repubblica questo ha fatto, sotto la destra e sotto la sinistra. Anche quando – la destra – diceva l’esatto opposto e su quello prendeva voti. Ma non c’è solo l’asfissiante peso fiscale,e la promessa mai mantenuta di abbassare il debito abbassando la spesa inefficiente.

Ad aggiungersi negli anni c’è stata l’assunzione da parte degli italiani di uno status di sudditanza giuridica vera e propria: nel corpo e nell’elenco delle leggi trasgredite, nelle procedure disposte dallo Stato a proprio vantaggio, nella giurisprudenza di Cassazione e Corte costituzionale a favore dello Stato.

Uno Stato che disconosce i propri debiti per 7 punti percentuali di prodotto interno lordo (pil),che ordina che nel contenzioso tributario il giudice non sia terzo ma della stessa amministrazione che ti indaga, che vara tasse retroattive, che ti persegue penalmente per fattispecie non previste nel codice come l’abuso di diritto è diventato l’opposto di quel che ritengono i propugnatori di una politica di rigore morale e finanziario fondata sulla legalità statuale.

È lo Stato a essere diventato sempre più estesamente illegale. E va ricondotto con energia ai suoi limiti. Non c’è emergenzialismo che possa giustificare le eccezioni sempre più vaste a favore dello Stato e contro i suoi ex cittadini sudditi.

In Germania è stata la Corte di Karlsruhe a obbligare la politica ad abbassare spesa e tasse, e l’effetto sono stati quasi 6 punti percentuali di pil di discesa parallela. Se non lo fanno i giudici, devono però farlo i sudditi. Altrimenti, l’economia va a ramengo insieme a ogni libertà. Ma come si fa? Seconda lettura, allora. Su Amazon procuratevi The economics of freedom – Theory, measurement and policy implications.

Gli autori sono due italiani, Sebastiano Bavetta e Pietro Navarra, che insegnano alla Pennsylvania University. La domanda da cui partono gli autori è molto concreta, perfettamente adatta all’Italia odierna: come si può convincere la gente ai tagli di spesa che sono necessari per abbattere il prelievo fiscale record e ammazza crescita?

Silvio Berlusconi ripete: io volevo, ma non me l’hanno fatto fare. Con il libro, eviterebbe di ripetere che la colpa è stata degli alleati. A essere mancata è la visione, senza di cui non si passa dai nostri livelli di spesa pubblica ai più bassi propri del Canada, dell’Irlanda o degli Stati Uniti.

Solo rimettendo la persona al centro della visione della società e della sua crescita, dall’istruzione alla sanità, alla previdenza, la possibilità di scelta e il merito divengono percepiti e apprezzati come preferenze positive rispetto alla non scelta garantita dal mare di dipendenti pubblici e dal trattamento omologato, a uso e consumo delle macchine pubbliche e amministrative e con vaste sacche di clientelismo, dalle finte pensioni di invalidità ai prezzi per «amici degli amici» nelle forniture sanitarie.

La nuova «metrica delle libertà» proposta da Bavetta e Navarra è esattamente ciò che al centrodestra è sempre mancato,in 18 anni. Senza, vince la finta redistribuzione a vantaggio non di chi ha meno ma dello Stato: perché questo è il drammatico effetto che si tocca nella crisi italiana. Ma sentite un po’, invece di filosofeggiare di libertà e persona, non è stato proprio il mercato a regalarci la crisi che ci atterra dal 2008? Immagino che parecchi faranno questa domanda. La risposta nel terzo libro.

Sempre su Amazon, procuratevi The clash of economic ideas: the great policy debates and experiments of the last hundred years, di Larry White, che insegna alla George Mason University. Qui non mi dilungo, è un’ottima sintesi del come da un secolo a questa parte chi si è opposto alla scuola austriaca, John Maynard Keynes, i keynesiani e i neokeynesiani, continui a non capire che sono gli errori dei regolatori a creare bolle di asset e a essere prigionieri per interesse delle grandi banche.

Non è il mercato il colpevole, ma i fini perseguiti da Alan Greenspan ieri e dai salvatori di tutto a spese del contribuente oggi. In altre parole, da politici che raccontano di avere sempre un nobile fine per forzare il mercato e le scelte individuali a far altro da quello che farebbero, non solo istintivamente perché il mercato non è razionale e perfetto non essendolo gli uomini, ma con buone regole che fossero osservate con cura e non sforzate dai politici a propria discrezione.

Dopodiché, come tradurre tutto questo in Italia? Leggete il quarto libro, che si intitola A capitalism for the people, e che uscirà in Italia a settembre con titolo Manifesto capitalista. Rifondare il capitalismo a favore dei cittadini. L’autore è Luigi Zingales, che insegna alla Chicago Booth University.

Vi avverto che è per il pubblico americano, e spiega a toni forti che gli Stati Uniti corrono il rischio di diventare come la Grecia e l’Italia, cioè un «cronycapitalism», un sistema dove privato e pubblico sono fatti a misura degli «amici degli amici» e dove la discrezionalità delle relazioni e dei piaceri prevale su merito e regole eguali per tutti.

Basta rigirare il libro. Ciò che gli Stati Uniti non devono fare è quel che noi qui dobbiamo cessare di fare. Non solo mandare a casa battaglioni di apicalità amministrative che scrivono le norme pubbliche e le interpretano per amici e lobby. Ma anche nel privato chi si riempie la bocca di merito e mercato e poi finanzia la Fonsai per anni e garantisce agli azionisti manleva anche dopo averla salvata, mentre a migliaia di imprese il credito viene negato.

Anche nel privato, non solo nello Stato, bisogna ripristinare regole taglienti. E farle rispettare con rigore, per farsi credere dagli italiani che altrimenti giustamente immedesimano il mercato con i ben patrimonializzati amici delle banche nei soliti quattro consigli di amministrazione.

Ecco da dove discende il nostro appello, e i suoi 10 punti per una diversa offerta politica nel nostro Paese. Per carità, può essere benissimo che gli italiani non ci credano, e allora continueremo tutti a fare il nostro lavoro. Ma che si debba almeno provare a rifondare la politica su contenuti e non su salvatori carismatici sciolti da ogni promessa forse questi 18 anni e il disastro di un’Italia da cui il mondo fugge dovrebbero avercelo insegnato.

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