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'Lettera a Dina' di Grazia Verasani. La recensione

Due donne legate da un’amicizia e dagli addii. Anche quelli che non sono mai definitivi

Lettera a Dina di Grazia Verasani

Valeria Merlini

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Lettera a Dina (Giunti) è il romanzo che Grazia Verasani ha composto sull’amicizia femminile sottolineandone la profondità che lega due bambine prima e due donne dopo, accompagnandolo con una riflessione sulla maturità, sulla famiglia e sulla politica.

La storia parte dalla voce narrante e dal suo incontro con R., uomo decisamente più adulto di lei, pianista e sfuggente. Che, da copione, la corteggia, la fa sua anche se lui libero non è, anche se sin dall’inizio si comprende che questo è un legame destinato a spegnersi come la musica che si interrompe all’improvviso.

Intervallata dal presente incomincia la narrazione il cui pretesto è quello di una vecchia canzone, che fa rivivere sensazioni smarrite e fa riaprire vecchi cassetti colmi di ricordi ormai polverosi.

“È successo il 22 maggio, di mattina, mentre parcheggiavo l’auto sotto casa. La voce dello speaker annunciò il titolo di un vecchio successo degli Alunni del Sole: E mi manchi tanto…
Dodici anni io, dodici anni tu. Casa dei tuoi genitori. «Non senti che non suona più? Mi hai rotto il disco a furia di ascoltarlo!»
Un 45 giri di cui non ricordavo la copertina, ma la tua voce acuta, sottile, arrivò di nuovo, dopo trentasette anni. Ripeto: trentasette anni. E rividi tutto. ”

La canzone era quella che la voce narrante e Dina ascoltavano in casa di quest’ultima, lunghi pomeriggi trascorsi insieme, mesi prima e anni dopo essersi incontrate sui banchi di scuola ed essersi immediatamente piaciute.

“Una mattina del 1973, nella classe 2a H entra Dina. Ha dodici anni, indossa una pelliccia costosa, è bionda, è sovrappeso, si volta verso la sua nuova compagna di banco e le dice: «Io sono fascista». 
L’altra le risponde: «Io sono comunista». 
È un colpo di fulmine.”

Le bambine sono diversissime, le famiglia ancor di più. Tanto bella, disinibita e innamorata dell’amore è la mamma di Dina, tanto moglie e mamma è quella della protagonista il cui papà è figura presente, mentre il padre di Dina si rivela troppo occupato prima e senza sicurezze dopo.

Prima o poi il momento del “dopo” arriva sempre. Quello della crescita dei figli, quello della resa dei conti in cui ferirsi è lecito e non capirsi la quotidianità. Nell’amicizia, in famiglia, con l’amore. Tutto sembra cadere a rotoli e senza un appiglio sicuro si è destinati a sprofondare.

Dina scivola nell’abisso della sua adolescenza affrettata e anafettiva, e cerca di tirare con sé anche l’amica di un tempo nel tunnel in cui è precipitata: tentativi di suicidio, bulimia ed eroina. L’amica invece va avanti, cerca di riuscire senza di lei e corre verso la vita adulta.
Dina inciampa, la richiama e la rallenta.

La loro è una di quelle amicizie che ci legano e ci torturano, che ci fanno scoppiare di felicità e subito dopo odiamo con tutte noi stesse, che ci inglobano e ci escludono, quelle che ti seguono per tutta la vita anche quando non ci sono più e forse un giorno ti liberano. Forse.

Lettera a Dina
di Grazia Verasani
Giunti, 2016

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