Laurent Mauvignier, 'Intorno al mondo' - La recensione

Un romanzo travolgente come uno tsunami, specchio di un mondo preda dell'ansia globalizzata

Intorno al mondo

Intorno al mondo, particolare della foto di copertina – Credits: © Luke Shadbolt

Michele Lauro

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La migliore letteratura è quella che riflette sul senso profondo dell'esistenza partendo dalle cose semplici. Intorno al mondo, ottavo romanzo del francese Laurent Mauvignier brillantemente tradotto da Yasmina Mélaouah, rientra in questa categoria ristretta. Mi sarebbe piaciuto leggerlo - cosa che consiglio a tutti di fare - in aereo, magari esaurirlo nell'arco di un volo intercontinentale. Sul rombo del quadrimotore poggia la fantasia di un pianeta piccolo piccolo, intersecato da una miriade di interconnessioni che annullano lo spazio e il tempo. Il viaggio come metafora della catastrofe, della svolta, come si legge nella citazione di Nicolas Bouvier che apre il libro: "Credi di fare un viaggio, ma ben presto è il viaggio che fa te, o che ti disfa".

11 marzo 2011: mentre in Giappone il terremoto e lo tsunami devastano la costa di Fukushima lasciando sul campo trentamila morti, intorno al mondo la vita continua. Internet e i mass media cominciano a diffondere notizie e immagini dell'apocalisse e tutti registrano l'evento, con un grado variabile di stupore, emozione, angoscia, paura. Laurent Mauvignier incrocia quattordici storie di viaggiatori contemporanei colte in simultanea nel momento in cui la grande catastrofe scuote un pezzo di mondo. Un'idea che gli è venuta a Roma, ha raccontato lo scrittore, città dove da sempre si incrociano i destini delle persone e dove è ambientata una delle storie familiari più tese e vibranti di questo libro, un padre in vacanza con la ex del figlio.

Dal mare del Nord alle spiagge della Bahamas, dal Muro del pianto ai canali di Bangkok, dalla Piazza Rossa alla savana della Tanzania, dalle autostrade della Florida ai boulevard di Parigi... Un concentrato di umanità trascina le sue nevrosi negli avamposti del turismo mondiale divenuti icone, scenografie per selfie di massa. La tecnica narrativa di Mauvignier è formidabile, ogni racconto si innesta sul precedente con impeccabile fluidità, quasi scivolando sotto la sua superficie. Gli scenari cambiano imprevedibilmente e così la soggettiva dei racconti. Ma ogni storia ha un suo peculiare risvolto interiore, pieno di tensione come davanti a un disastro imminente. Era l'inizio del XXI secolo, fa dire il narratore al signor Arroyo, inserviente filippino che in un grande albergo di Dubai permette a una minoranza di sentirsi accudita e privilegiata: "il mondo doveva essere impazzito".

Una pazzia contagiosa, anzi globale. La modernità infettata dai germi della globalizzazione mescola narcisismo e competizione, razzismo e invidia, vacuità e disillusione, arroganza e paura. Le storie avvincono con il loro ritmo travolgente, insaporite ora di tenerezza ora di malinconia, spesso di ironia e gusto per il paradosso. Il possibile, il probabile, l'imprevedibile: ciò che (non) deve accadere accade. Basta una frase ad accendere la fantasia e sei subito dentro una nuova storia. Alle bellissime descrizioni di luoghi - fra gli altri, lo scenario da fantascienza di un tramonto nella savana oppure l'anima selvaggia di Roma la cattolica - fa eco il disprezzo per gli stereotipi del turismo di massa. Ecco i turisti che pagano il doppio pur di sentirsi ancora viaggiatori, ecco i viaggiatori che chiedono al Masai di togliersi le Nike per fotografarlo in una posa più autentica...

Il jet lag di questa lettura mi trascina infine verso l'immenso che rimane fuori dalle vite degli altri: tutti gli spazi nei quali, casualmente, quelle vite hanno squarciato la fugacità dell'istante. Il romanzo di Mauvignier è in fondo onesto proprio per la sua rinuncia a voler essere un romanzo, se per tale intendiamo un'architettura chiusa con un inizio, una fine e con l'ambizione magari di portare in serbo qualche verità. No, Intorno al mondo c'è un grande punto interrogativo, quello che si forma nel nostro cervello ogni volta che usciamo da noi stessi e apriamo il campo al destino, alla compresenza di immanenza e trascendenza, riconoscendo con Ernst Jünger che "ogni superficie ha la sua profondità e ogni profondità ha la sua superficie".

A volte dietro la facciata dell'esotismo si nasconde il retroterra mentale dei nostri terrori. L'instabilità, la perdita di equilibrio che favorisce il cambiamento. Dunque ogni volta che la natura si accanisce improvvisamente sugli inermi, come in Giappone in quel 2011, o come nel centro Italia di oggi, dobbiamo pensare che nel mondo globalizzato - un occhio più o meno distratto allo schermo, "che ore saranno nel mio paese?" - la vita prosegue al ritmo non delle grandi ma delle piccole catastrofi di tutte le persone che si sfiorano e non si incontreranno mai. È la sproporzione tra la finitezza del corpo e l'infinità del pensiero. Il livello simbolico dell'esistenza, dilemma che tormentava già i nostri progenitori dentro la grotta di Lascaux.

Laurent Mauvignier
Intorno al mondo
Feltrinelli
320 pp, 18 euro

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