Laurent Mauvignier, ‘Continuare’ - La recensione

Viaggio nel Paese dei Cavalli celesti: una affascinante avventura interiore

Continuare

Continuare, particolare della foto di copertina – Credits: Hans Neleman/Getty Images

Michele Lauro

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Una madre. Un figlio. Gli altopiani del Kirghizistan. In uno scenario abbagliante, la metafora del viaggio rigeneratore assume tinte oscure, edipiche, giorgionesche. Laurent Mauvignier, scrittore di Tours maestro nel fotografare (scomporre, ricostruire) la psicologia di un istante, pone di fronte a una svolta figure umane senza equilibrio, vittime e carnefici della stessa famiglia implosa. Enigmatico fin dal titolo, il suo ultimo, bellissimo, romanzo somiglia a uno sprone dentro la notte della ragione: Continuare.

Recuperare i pensieri irrecuperabili

Sibylle e suo figlio Samuel vivono a Bordeaux, dopo la separazione di lei dal marito. Rapporto azzerato, distorto, interrotto dal tempo in cui con Benoît, suo marito, aveva reso la loro casa di Parigi un campo di battaglia. Diciassette anni ancora da compiere, i Dr. Martens ai piedi, look da skinhead un po’ ridicolo, una sera Samuel cede al richiamo del branco e passa una notte in cella. Sibylle è sconvolta ma le viene un’idea. Se suo figlio sta andando alla deriva, forse è perché ce lo hanno portato loro. Bisogna ripartire da zero e lei, ex trekker con una certa esperienza, ha scelto un altrove indecifrabile dove andare a cavallo qualche mese insieme: il Kirghizistan

Laurent Mauvignier ha sviluppato per i suoi personaggi una “empatia radicale”, per usare un’espressione dello scrittore Colum McCann, altro indagatore della fragilità umana in tutte le sue sfaccettature nel romanzo Tredici modi di guardare. Assume le sembianze ora dell’una ora dell’altro per metterne a nudo la profonda debolezza. Il lettore stesso ci mette poco a tornare diciassettenne, l’età in cui ti sale un groppo in gola che vorresti spaccare tutto. A sentirsi una madre angosciata per aver fallito, per non essere stata abbastanza protettiva e forse neppure “normalmente buona”. Un padre intossicato dal testosterone, la sensazione di non avere niente da tramandare, esempi valori risposte, di recitare con suo figlio soltanto una parte.

Quando credi di fare un viaggio, è il viaggio che fa te

Eppure il nuovo scenario offre squarci scioccanti di pienezza vitale, istanti di libertà dentro una nebbia così fitta da poterci appoggiare la schiena, lupi affamati e nugoli d’insetti, epifanie di cieli stellati, timide albe esitanti, magiche simbiosi nel rito di una galoppata lungo i pianori erbosi, gemiti equini simili a un pianto. Niente film, internet, social. Perfino le parole sembrano pesi superflui. All’inizio è una vertigine, poi Samuel si adatta, centellina le pile per il suo lettore CD ma comincia a ritualizzare le giornate, si affeziona al suo animale, scioglie l’ostilità, libera il pregiudizio. O l’incatena.

La dissoluzione del nucleo famigliare è ricostruita in crudi, spietati flashback. Samuel prima aveva veduto la madre e il padre dimenticarsi di lui per combattere la propria guerra privata, poi li ha osservati mentre si preparavano a una sfida di cui era lui la posta in gioco. Nei loro occhi c'erano il terrore e l’odio, il furore cieco. Ma la deflagrazione arriva quando vede per la prima volta sua madre come “anche” una donna. Samuel sbrocca di fronte alla donna seduttiva che avrebbe dovuto essere “solo” sua madre. Mauvignier dipinge magnificamente questa variante del mito edipico celata nel codice dell'inconscio parentale. Dover uccidere (i genitori) per poterli amare davvero. Dover uccidere (i figli) per aiutarli a crescere.

In un climax rabbrividente, il paesaggio esteriore accorda a quello interiore le sue potenti simbologie acquatiche: un acquitrino tentacolare, un gelido stagno purificatore, una tempesta di pioggia e grandine. Madre e figlio sul precipizio, faccia a faccia coi propri fantasmi. Attraversare il mondo per scorgere quel che avevamo davanti agli occhi. Sibylle, che ha sempre lottato contro la semplificazione, lo stereotipo, il rifiuto, ha un figlio adolescente che la rifiuta come rifiuta il diverso, vagheggiando un paese che non esiste, bianco e senza conflitti. Il senso di colpa l’assale, è lei - con la sua passività, l’egoismo, la cecità - ad aver fallito come educatrice. Ma quanti sono gli adolescenti che non somigliano al calco immaginato per loro dai genitori? Quanti sono i genitori che prima dei figli hanno dovuto occuparsi di se stessi per non precipitare?

Just for one day

Tenendosi alla larga da ogni moralismo, anzi approfondendo l'identificazione con l’ingenuità di Samuel, Mauvignier chiosa però una verità essenziale sul razzismo generazionale, e indirettamente sull’importanza per un adolescente di uscire dal ghetto della famiglia e gettarsi in pasto al mondo, precipitare nella diversità. Che cos’è il razzismo, si domanda Sibylle, se non una forma alterata di insicurezza e paura, la paura di non riuscire a rimanere se stessi di fronte agli altri? Il bersaglio non è solo lo straniero, anche fra uomo e donna si finisce spesso per regredire a pensare in termini di dominio e sottomissione. Eppure non abbiamo scelta, la verità della montagna kirghisa è semplice e lapidaria: “se crediamo di non aver bisogno degli altri siamo fottuti”.

Una colonna sonora emozionante e malinconica - rigorosamente occidentale - aleggia sull’altipiano. Lo spirito di David Bowie scivola tra le creste ghiacciate, le pietraie, le iurte, s’incarna nel corpo muscoloso di Starman, orgoglioso destriero dagli occhi azzurri, fluisce dagli auricolari di Samuel al sangue di Sybille come una macchina del tempo che ti porta con sé a nuotare con i delfini, ti incorona re e regina, eroe per un giorno. È un lampo in quella zona buia nella biografia di ciascuno, le madri i padri e i figli, ciò di cui parla questo libro ed è così difficile da dire. La misteriosa forza, nonostante tutto, di Continuare.

Laurent Mauvignier
Continuare
Feltrinelli
175 pp., 16 euro

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