La felicità araba. Storia della mia famiglia e della rivoluzione siriana

Shady Hamadi racconta la sua Siria, intrisa di sangue ma ancora capace di cantare e danzare

La felicità araba. Storia della mia famiglia e della rivoluzione siriana (Credits: Add Editore)

Anna Mazzone

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Sangue e canti. Morte e rivoluzione. Giovani, libertà e dignità. Felicità. Sono solo alcune delle parole chiave che si ritrovano nell'ultimo libro di Shady Hamadi, "La felicità araba. Storia della mia famiglia e della rivoluzione siriana ", con una prefazione di Dario Fo e il patrocinio di Amnesty International. Classe 1988, Shady Hamadi ha il cuore diviso a metà tra l'Italia e la Siria.

Scrittore e attivista per i diritti umani, negli ultimi due anni ha puntualmente raccontato cosa stesse accadendo in Siria. Lo ha fatto anche quando i grandi media non sembravano interessati. Lo ha fatto seguendo un percorso narrativo che mescola sapientemente indagine giornalistica e poesia. Ricordi privati e Storia, in uno stile semplice e avvincente, che fa respirare tutto il peso di una tragedia che si sta compiendo sotto i nostri occhi e - allo stesso tempo - emana un profumo di speranza, la sensazione che il dolore, come tutte le cose del mondo, sia destinato a finire, perché nulla può essere eterno.

Così, di fronte all'orrore fatto realtà del regime di Bashar al-Assad, nel suo libro Shady Hamadi si chiede dov'è dio, il dio di tutti non solo l'Allah dei musulmani, perché la Siria è da sempre la culla della convivenza tra etnie (e religioni) diverse, dai drusi ai cristiani, e poi alawiti, sunniti, sciiti, curdi.

"Come si fa a evirare un ragazzino? Come si fa a massacrare decine di bambini, a stuprare le donne davanti ai mariti? Come si fa a tagliare a pezzi le persone? Come si fa a non perdere la fede, a credere ancora in Dio? Queste domande sono ambiziose ma a Homs, trai suoi abitanti che in questa rivoluzione hanno pagato il prezzo più alto in vite umane e drammi, ho voluto indagare e chiedere". Scrive a pagina 59 del suo libro-racconto.

"Ad Abo Emad, un giovane torturato, che non è mai riuscito a raccontarmi cosa gli fecero in prigione, chiesi dove fosse Dio e perché, se esisteva, non era venuto a salvarli di fronte ai massacri perpetrati dal regime. Dove era Dio, quando perdeva decine di amici che cantavano di fianco a lui nelle prime manifestazioni? La sua risposta, straordinaria, non la dimenticherò mai: Lascia stare Dio, chiediti invece dove sono i sette miliardi di abitanti di questo mondo". E' questo il nocciolo della questione, della storia della rivoluzione siriana che segna il passo della Primavera araba.

Dov'è l'Occidente che è stato così attivo nel caso della Tunisia e poi dell'Egitto e della Libia? Perché il mondo ha lasciato soli i siriani? Il calcolo geopolitico, quello che viene elaborato al chiuso delle stanze dei bottoni delle grandi potenze e che vede seduti allo stesso tavolo Stati Uniti, Russia e Cina, è davvero più importante del fattore umano? Del calcolo, non solo numerico, delle vittime della rivoluzione siriana, che ancora va avanti nel silenzio della maggior parte dei media internazionali? Domande alle quali Shady Hamadi risponde senza rispondere, lasciandole lì sulla carta e facendo parlare solo le storie.

Nomi, tanti. Ci sono un'infinità di nomi ne La felicità araba , che sin dal suo titolo segna una svolta nel modo di pensare e vedere gli arabi. Era il 2006 quando usciva postumo il libro-manifesto di Samir Kassir, L'infelicità araba , nel quale si descriveva, in modo dolorante, l'attitudine degli arabi a essere vittime della cultura del vittimismo e per questo segnati da una tragica sensazione di impotenza di fronte al mondo, popolato da nemici da combattere, che vanno dall'Occidente a Israele e all'Iraq.

Shady Hamadi rovescia la prospettiva di Samir Kassir e ci racconta un'altra realtà, quella di una luminosa felicità da riconquistare dopo anni e anni di notte (e di lotte). Perché l'Occidente non fa vedere i giovani siriani che, nonostante le bombe e le torture e gli orrori del regime, continuano a cantare e a danzare? Si chiede l'autore, che da Milano racconta la storia della Siria attraverso quella della sua famiglia, tessendo ricordi personali a interviste fatte ai giovani della rivoluzione anti-Assad.

Ibrahim, Mohamed e Shady. Tre generazioni che hanno vissuto, anche se in modo diverso, lo stesso dolore. Sì, perché quel dolore viene trasmesso con il sangue, è aggrappato ai cromosomi del dna siriano. E' il dolore inflitto dalla gabbia di una dittatura che sembra perenne e che ha persino lo stesso nome: Assad. Prima c'era Hafez, poi Bashar, ma il popolo siriano è sempre rimasto sotto il giogo di carnefici che hanno voluto strangolarne ogni anelito alla democrazia e alla libertà.

Così, mentre si scorrono le pagine della felicità araba, si incontra il nonno di Shady, Ibrahim, artefice con il suo lavoro di una piccola fortuna e, soprattutto, capace di porre la prima pietra della casa di famiglia, che rappresenta il cuore stesso delle generazioni Hamadi, anche se nate e cresciute lontano. Il cuore di Shady, come quello di suo padre Mohamed, torturato e costretto a scappare dalla Siria, oggi più che mai stanno lì, in quella bayt, in quella casa.

"Il padre di mio nonno - si legge a pagina 21 - era un sufita e chiese a Ibrahim di accettare un segno di protezione: prima che venisse colato il cemento, in ogni angolo della casa venne inserito tra le travi uno scudo in segno di difesa e i manici di alcune scimitarre vennero appesi al soffitto perché sorreggessero le lampade. Il mio bis nonno, quasi ottant’anni fa, adoperò tutta la sua conoscenza mistica per proteggerci dalle calamità del mondo e affinché questa casa in cemento trovasse sempre la forza di essere per noi il punto di ritrovo e di origine: la nostra bayt, la casa, appunto".

La casa sorge a Talkalakh, nel governatorato di Homs, uno dei luoghi che più ha pagato il prezzo della rivoluzione contro il regime di Damasco. All'epoca della sua costruzione la Siria era ancora dominata dagli ottomani. Oggi quella casa esiste (e resiste) ancora, e da allora ha visto scorrere tanto sangue. Ma nel dna siriano non c'è solo tragedia, non c'è solo dolore.

Shady racconta della verve degli abitanti di Homs, capaci di ridere e raccontare barzellette anche mentre in sottofondo al telefono si sentono le esplosioni delle bombe e i colpi delle mitragliatrici. I ragazzi della rivoluzione siriana hanno sempre voluto buttare giù il regime in modo pacifico. All'inizio (e lo fanno ancora) la loro protesta si svolgeva cantando e danzando. Molti di loro sono stati imprigionati, torturati e uccisi. Ad alcuni - in modo tragicamente simbolico - le truppe lealiste hanno reciso le corde vocali, come nel caso di Ghayath Mattar, un ragazzo di Darayya che è stato riconsegnato cadavere alla sua famiglia, come "carne da shawurma", carne da kebab.  

E il regime non ha nemmeno risparmiato i bambini, che hanno pagato il prezzo più alto. Sono centinaia e centinaia i piccoli uccisi, in gruppo dalle bombe o uno per uno, con delle infami esecuzioni. Un nome su tutti: Hamza al-Khatib, evirato a 13 anni, torturato e dopo indicibili sofferenze ucciso con un colpo di pistola.

E l'Occidente sta a guardare. Nonostante i massacri e la scoperta dell'utilizzo di armi chimiche il manipolo di ribelli anti-Assad si ritrova a combattere da solo. Affiancati solo dalla popolazione civile che scende in piazza e viene falcidiata, davanti agli occhi chiusi delle grandi potenze occidentali. Al Qaeda è la grande paura, quello che si teme possa arrivare una volta caduto Bashar al-Assad.

Ma è proprio contro questa paura, che ormai sembra essere diventata un luogo comune dell'Occidente, che Shady Hamadi si batte, affermando che la guerra in Siria non è una guerra civile. Che non ci sono i sunniti contro gli alawiti e che i morti sul terreno sono siriani e basta, che hanno dato la vita in nome di un unico sogno: la libertà e la democrazia. Un popolo unico e unito, colpito al cuore e che, in futuro, se dopo Assad arriveranno gli estremisti, imbraccerà le armi anche contro di loro.

La Primavera araba come felicità e non come sinonimo di rinnovato terrorismo. E' questa l'idea portante del libro di Shady Hamadi. L'unica alternativa possibile all'orrore non è un nuovo orrore, ma la riconquista dei valori di democrazia e di libertà. Il giovane scrittore italo-siriano crede che questa possibilità esista, che sia concreta. Ma per raggiungerla chiede alla comunità internazionale di aprire quegli occhi che finora ha volutamente tenuto chiusi. E' in Siria che si gioca la grande sfida dell'Occidente, ed è sempre in Siria che si gioca il futuro e il destino dei popoli arabi.

La felicità araba. Storia della mia famiglia e della rivoluzione siriana
di Shady Hamadi
Add editore
15 euro, 256 pagine

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