L’istinto di narrare. Come le storie ci hanno reso umani

Le storie modificano il nostro modo di vedere il mondo, ecco tutto quello che c'è da sapere.

Giulio Passerini

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Dopo anni di studi gli scienziati hanno finalmente emesso una sentenza: non è stato il pollice opponibile a fare di noi degli esseri umani, sono state le storie. È quanto si apprende dalla lettura di L’istinto di narrare di Jonathan Gottschall, edito da Bollati Boringhieri, un saggio godibilissimo che indaga l’essere umano in qualità di Homo Narrans.

Raccontare storie è una delle pochissime cose che facciamo per istinto, una capacità che sviluppiamo fin dai primi due anni di età. Verso i cinque anni diventiamo dei veri maestri e almeno fino a otto anni restiamo signori incontrastati del Facciamo Finta Che. Ma anche i più grandicelli non scherzano. Si stima che circa 1/3 della nostra vita lo passiamo sognando a occhi aperti. Elaboriamo fantasie a ciclo continuo rimuginando sul passato, proiettando speranze nel futuro e immaginando vendette ai danni dei vicini molesti. Come dice giustamente Gottschall, “Le storie sono per gli esseri umani come l’acqua per i pesci”.

Ma perché le storie ci piacciono tanto? A che servono? Secondo alcuni, potrebbero essere fonti poco costose di apprendimento, secondi altri si tratterebbe di una specie di allenamento alla vita reale, ma non mancano teorie che vedono le storie come collante sociale, stimolo sessuale (in effetti chi la racconta meglio acchiappa di più) o semplice gioco cognitivo. Certo, le storie potrebbero anche essere perfettamente inutili, uno scarto della nostra attività celebrale, ma è difficile pensare una cosa del genere considerato quanto spazio dedichiamo loro nella nostra vita.

Fra le ipotesi più prudenti è stata avanzata quella secondo cui le storie non sarebbero che una forma di evasione: da molti punti di vista si tratta di una teoria promettente, ma lascerebbe spazio a un interrogativo piuttosto ingombrante. Se le storie fossero per noi solo una valvola di sfogo, perché quelle che ci piacciono di più sono piene di difficoltà e disastri? C’è un abisso fra quello che è desiderabile nella vita (una calma e diffusa serenità) e ciò che è desiderabile in una storia (esplosioni! tradimenti! peripezie! elicotteri in fiamme! orchi!): la teoria dell’evasione, quindi, non ci soddisfa. Solo di una cosa non possiamo fare a meno nelle storie così come nella vita: la speranza che ci sia un il lieto fine.

L’essere umano è fatto per il lieto fine, dentro di noi alberga un bisogno innato di giustizia e di ordine che deve essere soddisfatto, ne va del nostro equilibrio mentale. La colpa è dell’emisfero sinistro del cervello che agisce come il più classico dei secchioni: “pur di non lasciare qualcosa di inesplicato è disposto a fabbricare una storia”. Insomma, essendo la nostra mente narrante allergica all’incertezza, alla casualità e alle coincidenze, spesso e volentieri sforna menzogne capaci di farci stare meglio. È da qui che nascono le storie, così come i miti nazionali, le religioni, le teorie del complotto e l’autoindulgenza.

Visto che parliamo di cervello, diamo un’occhiata a quello di chi le storie le inventa. Studi scientifici hanno dimostrato che gli autori di narrativa hanno una probabilità dieci volte superiore alla media di soffrire di disturbo bipolare. I poeti una probabilità addirittura quaranta volte superiore. Senza contare i disturbi legati ad alcol, droghe, depressione e gioco che costellano la storia della letteratura. Non c’è che dire: il canone occidentale è composto da tipi ben poco raccomandabili. Ma non crediate che gli scrittori siano gli unici ad avere un rapporto conflittuale con la realtà.

Ricordi e speranze riscrivono continuamente non solo il nostro presente, ma persino il nostro passato: una ricostruzione frammentata che il nostro cervello altera continuamente. Per non parlare della più grande migrazione di massa del nostro tempo: quella dal reale al virtuale. I social network e i giochi di ruolo online si stanno rivelando per gli umani mondi più piacevoli di quello in cui si trovano a vivere con il proprio corpo fisico:  ci danno una comunità di appartenenza, la sensazione di essere all’altezza delle sfide quotidiane, l’impressione di contare qualcosa e soprattutto l’illusione di poter decidere chi essere nella nostra vita. E questo è pericoloso, specie se la nostra vita online non ha ricadute significative in quella offline. Che sia arrivato il momento di mettersi a dieta?

@giuliopasserini

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