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L' "Autunno tedesco" di Stig Dagerman

Lo scrittore, inviato in Germania all'indomani della Seconda guerra mondiale, si trova in un paese lacerato dalla miseria e dalle contraddizioni

Autunno tedesco di Stig Dagerman

Matilde Quarti

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Quando Stig Dagerman arriva in Germania nell’autunno del 1946, per conto di un quotidiano svedese, trova una nazione – letteralmente – allo sbando. Poveri fino allo stremo, ammassati in cantine umide infiltrate da un’acqua piovana che arriva alle caviglie, deportati da un punto all’altro di un paese diviso in settori, i tedeschi sono un popolo senza più dignità.
I comunisti e i socialisti pensano di meritarsela, questa fine, e, all’indomani della Seconda guerra mondiale, si vergognano delle condizioni storiche che li hanno portati fin lì. Gli altri mormorano che “si stava meglio prima”; “prima” sotto i bombardamenti, in guerra, con Hitler al potere. È questa la Germania che racconta negli articoli raccolti in Autunno tedesco, un successo già all’uscita, a maggio 1947, ora pubblicato in Italia da Iperborea.

Libero dalle ingerenze che di solito incombono sui giornalisti – Dagerman è, di fatto, uno scrittore –, profondamente anarchico e antinazista, sposo di una profuga tedesca, Stig Dagerman parte per la Germania con la mente libera da giudizi, per raccontare e per capire la tragedia di un popolo senza per questo cancellarne le responsabilità. Gli articoli di Dagerman sono, di fatto, dei reportage narrativi, il racconto lineare e non filtrato di cil che i suoi occhi hanno visto: nelle minuscole cantine dove intere famiglie vivono ammassate, nei treni che attraverso la desolazione della Ruhr, nelle stazioni dove madri e padri di famiglia attendono, dopo aver fatto chilometri solo per procurarsi un sacco di patate.

Non c’è pietismo, nella descrizione del dramma tedesco, non c’è neppure sete di vendetta. Quella di Dagerman è solo l’amara constatazione di una condizione umana, storica, sociale. Traspare, ferma, costante, la volontà di capire attraverso il presente come sia stato possibile l’orrore degli anni appena trascorsi. Dagerman assiste ad alcuni processi di denazificazione: gli imputati sono gente comune, gente che ha approfittato della guerra per arricchirsi, o grigi amministratori di condominio che si sono fatti consapevoli ingranaggi del Reich perseguitando le famiglie ebree del quartiere (e la Germania – il mondo intero – non è d’altronde uno sterminato susseguirsi di quartieri?).

In molti processi i testimoni sono comprati a poco prezzo perché tutti, in Germania, hanno fame. Ma se queste deposizioni raffazzonate bastano a salvare vecchi commercianti, non sono sicuramente rilevanti a fronte di crimini più gravi. Dagerman non racconta solo la sofferenza, come si è detto il suo non è uno sguardo pietista, e non ha problemi a ricordare ai suoi lettori le atroci immagini della guerra appena trascorsa. 
Dagerman, come sottolinea nella postfazione Giorgio Fontana, si assume la responsabilità dello sguardo e, quindi, di un racconto che non segue logiche di comodo ma scava tra le macerie, che non nega i vagoni della morte del passato raccontando i carri bestiame del presente.

Dagerman non cerca compromessi, non usa lo scudo dell’indifferenza e dunque non sente la sua coscienza sporcarsi se racconta le rovine della Germania, quelle dei palazzi bombardanti e quelle rovine umane che semplicemente esistono, sommando un giorno dopo l’altro, in perfetto accordo con il paesaggio circostante.
“La sofferenza meritata non è meno difficile da sopportare di quella immeritata, la si sente ugualmente nello stomaco, nel petto e nei piedi” scrive Dagerman, ed è alla luce di questa breve frase che bisogna leggere e interpretare i testi di Autunno tedesco.

Sig Dagerman
Autunno tedesco
Iperborea, 2018
159 pp., 16 euro

Per saperne di più:

I figli dei nazisti: storie degli eredi dei gerarchi del terzo reich

Paul Celan e Nelly Sachs: il Novecento in una corrispondenza

Lichtblau, I nazisti della porta accanto

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