L'Iraq di Kevin Powers, intervista all'ex soldato autore di "Yellow birds"

Si è arruolato per pagarsi il college e ha vissuto l'orrore della guerra: "Basta combatterla per rendersene conto". In un libro racconta la sua metamorfosi pacifista

Credits: Ansa

Terry Marocco

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"La guerra è semplicemente morte e distruzione, non molto altro. I politici cercano di dipingerla come un grande affresco, pieno di buone ragioni, ma si tratta solo di questo, distruzione e morte". Parla lentamente Kevin Powers, trascina le parole, sembra che ognuna sia un peso insostenibile da portare. Vestito in modo elegante, le braccia coperte di tatuaggi, le mani che tremano impercettibilmente mentre continuano a stringere il pacchetto di sigarette, come se fosse l'impugnatura di un fucile. Nato e cresciuto nel sud degli Stati Uniti, in Virginia, mitragliere, veterano in Iraq, ha la stessa età di un altro soldato nato nel sud, in Sicilia, e morto in guerra: Giuseppe La Rosa, 31 anni, bersagliere della Brigata Sassari ucciso in Afghanistan l'8 giugno. È la 53esima vittima italiana dall'inizio della missione a Kabul.

Powers, invece, è tornato a casa nel 2005, accompagnando nell’ultimo viaggio i suoi amici avvolti nella bandiera americana, e ci ha messo sei anni per riuscire a raccontare che cosa aveva visto veramente. Il suo romanzo d’esordio Yellow birds ha venduto centinaia di migliaia di copie nel mondo ed è stato accolto dalla critica come il miglior racconto sulla guerra dai tempi del Vietnam, il nuovo Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque, come lo ha definito lo scrittore Tom Wolfe. Per lui il successo è stato inaspettato.

Ha deciso di trascorrere qualche mese a Firenze con la moglie sposata due anni fa e lì Panorama lo ha incontrato.

Si è arruolato volontario a 17 anni, ha deciso da solo e, come scrive, è "solo colpa tua, ci sei andato di proposito, quindi alla fine sei fottuto due volte". Aveva immaginato di finire a combattere ad Al Tafar e a Mosul, in Iraq?
No, non era questo quello che pensavo nel 1997, quando firmai. Vengo da una famiglia povera e anche mio padre era un militare. Volevo andare all’università, ma non avevamo i mezzi. Mi sono arruolato. Sei anni della mia vita in cambio di 50 mila dollari, quelli per pagarmi il college.

E ne è valsa la pena?
No. Loro hanno fatto quello che avevano promesso, ma alla fine non è stato uno scambio vantaggioso.

Partiamo dalla fine: come è stato per lei rientrare a casa?
Dopo un anno in Iraq sono tornato in Virginia, ho lavorato come falegname con mio fratello e di sera seguivo i corsi all’università. Ho provato lo stesso dolore e vuoto che sente Bartle, il mio protagonista: il non poter raccontare a nessuno quello che avevo visto e vissuto, perché nessuno avrebbe mai capito. E forse a nessuno dei miei amici sarebbe veramente interessato. Mio padre riuscì a starmi vicino, con mia madre invece cercavo di minimizzare, lei fin dall’inizio era stata contraria alla partenza per l’Iraq. Quando ha letto il libro è stato uno shock.

Niente ti isola di più dell’avere una certa storia, pensa Bartle, quasi come se essere sopravvissuto fosse una colpa. Per lei fu così?
Torni e non riesci a liberarti dal rimpianto, dal senso di colpa e dalla vergogna. Sono più i soldati morti suicidi al ritorno che quelli uccisi sul campo.

Per il Vietnam tutta l’America si sollevò, grande fu la protesta. Siamo da 10 anni in guerra, ma nulla di simile è accaduto: perché?
Il Vietnam era la guerra di tutti, l’Iraq e l’Afghanistan sono state le guerre di nessuno. Fu così fin dall’inizio, quando George Bush lanciò il messaggio: «Fate shopping, così sosterrete la guerra». E gli americani continuarono a vivere la loro vita facendo il loro dovere. Per questo davanti al mio libro la gente piange e si stupisce. Non ci crede.

Lei racconta di ragazzi di soli vent’anni mandati a combattere nel nulla, senza sapere nulla.
Quando arrivai in Iraq, nel 2004, la guerra era iniziata da un anno, nessuno di noi era veramente preparato, neanche io. E credo che nessuno possa essere preparato per quello che abbiamo visto e fatto. Nessuno sapeva cosa facevamo e perché, nulla sembrava avere un senso. Vivevamo annegati nel terrore. Aver paura era la condizione quotidiana, la nostra normalità.

La guerra provò a ucciderci in primavera: comincia così Yellow birds...
Ricordo un giorno: pattugliavamo come sempre Al-Tafar, a un certo punto dai vicoli sbucò una folla enorme. Era solo gente, vecchi, bambini, non stava succedendo nulla, ma io li guardavo e il terrore mi paralizzava e io sapevo di non poter fare niente.

Ha ucciso?
Non lo so. E ho smesso di chiedermelo. Ho partecipato a quella violenza indicibile, intorno a noi c’era solo violenza. Non c’è differenza tra aver ucciso delle donne o aver guardato uccidere delle donne. Oppure aver ucciso degli uomini sparandogli più di quel che serviva. Sono diretto responsabile perché ho partecipato.

L’America dovrà fare i conti con questa generazione di giovani veterani?
La mia generazione sarà ignorata, non è come per la Seconda guerra mondiale, quando tutti si sentirono coinvolti. I soldati tornano a casa, alcuni anche dopo quattro anni di guerra, e vengono dimenticati. Il governo ha cercato di occuparsene, però vedo che l’opinione pubblica tende a rimuovere.

Per questo il conflitto siriano in America non è sentito?
La gente è così stanca, anche solo di pensare a un’altra guerra... Sono esausti, dopo 10 anni, e anche se quello che sta succedendo lì è terribile nessuno vuole più partire per combattere dall’altra parte del mondo.

Il libro spiega cos’è davvero la guerra e lo fa con una fine crudele, che mette in ginocchio il lettore. È il simbolo di questa follia?
Volevo arrivare a dire questo: se mandi dei ragazzini di vent’anni a combattere, è inevitabile che succeda una tragedia. Cos’altro ci potevamo aspettare? Ma la gente continua a stupirsi, perché non pensa mai che lì ci sono individui, persone a cui esplodono le viscere, evirati, gli occhi cavati, il corpo mutilato. Per la politica ci sono solo Al Qaeda, Hamid Karzai, i massimi sistemi, mai semplici individui, con le loro vite.

Cosa pensa del presidente Barack Obama e del problema di Guantanamo?
Non chiudere Guantanamo è stato uno degli errori di Obama. Va contro tutto quello in cui crediamo. È tragico e assurdo, è il simbolo delle nostre paure. Noi americani crediamo che tutti abbiano diritto a un giusto processo, ad affrontare chi li accusa. Ho votato per Obama, ma non ha mantenuto la promessa che aveva fatto durante la campagna elettorale. Per me è stata un’enorme delusione.

Che ricordi ha del nemico?
Ho cercato di non pensarci, ma era inevitabile che io ci pensassi. La cosa più dura da dimenticare è lo sguardo della gente che incontravamo nei villaggi che pattugliavamo: non era di rabbia. Io sarei stato molto arrabbiato nel vedere dei soldati distruggere la mia città, ma loro ci guardavano in altro modo. Con una tristezza profonda, come se ci dicessero ogni giorno: sei tu il responsabile di tutto il mio dolore.

Che cosa significa Yellow birds?
È la filastrocca che i marine cantano marciando. Recita così: un uccellino giallo/ con il becco tutto giallo/ se ne stava posato sul mio davanzale/ l’ho fatto avvicinare/ con un pezzo di pane/ e poi gli ho sfondato/ quella testa di cazzo... Questa è la guerra e io sono stato solo fortunato. Non ho meriti: tornare a casa è solo una maledetta questione di fortuna.

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