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Juan Martín Guevara, Armelle Vincent, 'Il Che mio fratello'

"Il Che aveva il dono di saper motivare. Bisogna perciò riaccendere i riflettori su di lui". La storia intima di un'icona del Novecento

Il Che mio fratello

Il Che mio fratello, particolare della foto di copertina – Credits: Joseph Scherschel/The LIFE Picture Collection/Getty Images

Ricorrono cinquant'anni dalla morte di Ernesto "Che" Guevara, fucilato il 9 ottobre 1967 nella scuola comunale di uno sperduto paesino del sud della Bolivia. E sono passati vent'anni, ottobre 1997, dal giorno in cui le sue spoglie furono traslate a Santa Clara, Cuba. È un mito ancora straordinariamente vitale e autorevole quello del "Comandante", come avverte sulla pelle chiunque visiti la Cuba di oggi orfana anche di Fidel Castro. Ma in Occidente la prepotente iconizzazione ha rischiato di sfumare luci e ombre di un personaggio così complesso. L'umanità e l'idealismo del Che risaltano invece nel memoir di Juan Martín Guevara, il fratello minore oggi settantrateenne, scritto con l'aiuto della giornalista francese Armelle Vincent: Il Che mio fratello.

Mio fratello è morto in piedi

È un libro dalla matrice dichiaratamente affettiva e nostalgica, al riparo quindi dalle speculari insidie della agiografia e dell'ideologia. Il Che era il mio compagno di lotta, il mio modello, dice Juan, fondatore dell'associazione Por las huellas del Che dedicata alla diffusione del suo pensiero nel mondo. Ma il vergognoso commercio della sua immagine alla Quebrada del Yuro, la gola boliviana dove terminò i suoi giorni e dove è ambientato il primo, struggente capitolo del libro, "mi fa orrore". L'antico villaggio di quattro case è diventata una boutique a cielo aperto con visite guidate per turisti. La gente prega il "Santito Che": un'eresia per uno che ha lottato per restituire all'uomo il proprio destino.

La scena si sposta poi a L'Avana, gennaio 1959. All'insaputa di Ernesto, la famiglia Guevara viene invitata da Castro nella Cuba appena liberata. Juan Martín aveva quindici anni e il racconto in presa diretta è ancora gravido di emozioni. Cerco di essere rigoroso ma "alcuni episodi mi si presentano più come sensazioni che come ricordi veri e propri", ammette. Altri momenti invece gli restano impressi "come fotografie". Il rocambolesco viaggio aereo, l'apparizione del fratello in tenuta da guerrigliero, il comportamento "sconveniente" del padre e quello ipersensibile della madre, l'esotismo dell'hotel Hilton dove furono ospitati. Il giovane ragazzo percepiva appena la portata storica di quei giorni, ma l'esempio del Che avrebbe fatto breccia e anche lui avrebbe finito per dedicare la vita agli ideali di libertà e giustizia.

Un sex appeal rivoluzionario

Riavvolgendo il nastro, Juan scopre le radici di una famiglia fuori dal comune. I genitori di Ernesto avevano origini borghesi ma formavano una coppia eccentrica, colta e squattrinata. Ai figli non imposero mai alcuna disciplina, incoraggiando la capacità di cavarsela da soli. Era una coppia che non esitò a cambiare una casa dopo l'altra per cercare un clima più consono a quel primogenito devastato dall'asma, finché nell'aria pulita e secca di Alta Gracia, un assonnato borgo dell'altopiano, le crisi di Ernesto cominciarono ad attenuarsi. Nel frattempo però anche il matrimonio si sfaldava rivelando l'incompatibilità fra l'irreprensibile Celia ed Ernesto senior, inaffidabile seduttore.

L'adolescenza del Che al suo ritorno a Buenos Aires è narrata con una serie di inedite pennellate: l'appassionato rugbista soprannominato Fuser (diminutivo di Furibondo Serna), il grande lettore refrattario a ogni moda, vestito di stracci ma già consapevole del proprio sex appeal. La passione per la medicina e per la politica, l'incontro con la "compagna d'avventure intellettuali" Berta Gilda Tita Infante, le idee stravaganti per fare qualche soldo tra cui l'impresa di fabbricare un insetticida in garage, i sogni d'avventura che lo portarono prima a imbarcarsi su una petroliera e poi nel celebre viaggio attraverso l'America latina con Alberto Granado nel 1950.

Dal bisturi al fucile: l'uomo dalla volontà di ferro

I Diari della motocicletta, grazie anche alla trasposizione cinematografica di Walter Salles, sono uno dei capitoli della biografia guevariana più celebri e celebrati. Di quel viaggio spicca fra queste pagine il racconto dell'intima evoluzione - umana, politica, intellettuale - di Ernesto attraverso le lettere spedite ai familiari. L'avventuriero che aveva sfidato i piranha del Rio delle Amazzoni divenne sempre più riflessivo e consapevole, sempre più coinvolto dai problemi sociali che incontrava lungo la strada. Poi lo choc delle due settimane di "villeggiatura forzata" a Miami - con la segregazione razziale lì sotto i suoi occhi a provocare il suo innato senso di giustizia - segnarono la cesura fra un prima e un dopo.

Ma prima di cambiare definitivamente vita il Che aveva ancora una faccenda da sbrigare a Buenos Aires: dismettere i panni di studente prima di indossare quelli da guerrigliero. Mise le sue proverbiali qualità, integrità, determinazione, una volontà di ferro, al servizio di quel progetto impossibile. Mancavano quindici esami, gli ultimi otto mesi li aveva passati in viaggio, eppure un giorno telefonò tutto raggiante da casa della zia per dire ai suoi di chiamarlo dottore. Aveva vinto la scommessa, ottenendo il diploma che gli avrebbe assicurato la libertà.

Il modello di Cuba e il cambiamento della società

Rientra nella corposa memoria di Juan Martín Guevara anche uno stralcio della propria biografia, quella del militante in seno al Partido Revolucionario de los Trabajadores in lotta contro la deriva autoritaria del peronismo argentino. Così questo libro è l'occasione per ripassare un pezzo di storia atroce e ancora poco conosciuto: la repressione militare in Argentina dopo il colpo di stato del 1976, la drammatica stagione dei desaparecidos. Da prigioniero politico, con l'aggravante di essere "fratello di", Juan Martín ha trascorso in carcere - spesso in isolamento - 8 anni, 3 mesi e 23 giorni. Un capitolo che si legge col cuore in gola.

Perché il Che continui a vivere, raccomanda l'ultimo Guevara, non servono tanto i pellegrinaggi guidati ma qualcuno che ne tramandi il pensiero e sappia scuotere le coscienze in un'epoca dominata dalla difesa accanita della proprietà privata, dall'individualismo e dall'egoismo. I metodi della censura oggi sono molto sottili, ci impediscono di leggere non più proibendo i libri ma "spingendoci a guardare la televisione, a navigare in internet". Il mio scopo e quello dell'associazione, conclude, è diffondere l'eredità spirituale di una delle figure più carismatiche del Novecento, un pensatore visionario che non ha avuto il tempo di mettere in pratica i suoi principi fondamentali.

Una mostra sul Che a Milano

Si propone di raccontare il Che al di là del mito, l'uomo con i suoi affetti e ideali, anche una promettente mostra presentata settimana scorsa a Milano. Alla Fabbrica del Vapore, dal 6 dicembre al primo aprile 2018, Che Guevara. Tu y dosos porterà in dote un patrimonio d'archivio in parte inedito proveniente dal Centro Studi Che Guevara di L'Avana che ha fra i suoi coordinatori un altro Guevara: Camilo, figlio del Che.

Juan Martín Guevara, Armelle Vincent
Il Che mio fratello
Giunti
272 pp., 18 euro

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