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Józef Wittlin, "Il sale della terra": la grande guerra in Galizia

Un piccolo uomo della provincia orientale dell'Impero asburgico scaraventato nelle braccia della burocrazia che prepara al macello - 

Un ospedale militare nella Grande Guerra – Credits: Otis Historical Archives/Flickr

Sì sì leggetelo Józef Wittlin, Il sale della terra (Marsilio, nuova traduzione dal polacco di Silvano De Fanti).

Soprattutto se l'interesse - o addirittura la passione - per la Grande Guerra vi ha precipitato, a un paio di settimane dal centenario di Sarajevo, in una frenesia, quasi una paura di perdere qualcosa di interessante, fra il diluvio di titoli che sono stati pubblicati e che verranno pubblicati nei prossimi mesi: ecco, questa è un'occasione per fermarvi a riprendere fiato.

Perché il romanzo di questo scrittore-poeta polacco quasi dimenticato - anche se è stato vicino al Nobel, si dice - pubblicato nel 1935 e tradotto per la prima volta in Italia già nel 1939, ha alcuni meriti notevoli che reclamano il diritto del libro a essere uno dei prescelti.

Per esempio perché è scrittura di qualità intessuta di ironia, e distanza dalle passioni che aiuta a capire, specie dopo un secolo, quel mondo che sarebbe stato spazzato via da una guerra come mai se ne erano viste prima.

- LA PRIMA GUERRA MONDIALE, 100 ANNI

Poi perché sono le retrovie del fronte orientale il teatro della storia dell'aiuto capostazione Piotr Niewiadomski e delle decine di altri personaggi che si incontrano. Ed è questo un fronte della Grande Guerra sul quale da noi si legge e si parla meno, il nostro immaginario è meno alimentato dalle trincee, dalle uniformi, dai nomi dello scontro a est fra i due imperi centrali e la grande Russia, rispetto al fronte occidentale, che ci è sempre sembrato il fronte per definizione - quello italiano a parte, ovviamente - della prima guerra mondiale.

Del resto la grande vicenda di Piotr è immersa in quella altrettanto grande ma ugualmente intessuta di incredulo stupore della fine dell'impero asburgico, la stessa incredulità ironica di Joseph Roth ma anche quella capace di richiamare alla memoria le mirabolanti avventure de Il buon soldato Sc'vèik, di Jaroslav Hasek.

Con Niewiadomski conosciamo anche un mondo meraviglioso e terribile che si avvia alla catastrofe assoluta: la Galizia orientale, quel territorio fra le attuali Polonia e Ucraina dove vivevano ebrei, ucraini, polacchi, ungheresi, cechi, slovacchi, rumeni, armeni. Lo stesso mondo che fra il 1914 e il 1945 vivrà un concentrato di tragedie e sangue e morte come poche altre terre in Europa.

Come se non bastasse, Niewiadomski è un Hutzuli. Vale a dire, citando la nota nell'edizione Marsilio, una popolazione di montanari di religione uniate e di dialetto ucraino che si occupavano di allevamento e pastorizia e vivevano in particolare tre distretti della Galizia orientale: insomma un ulteriore mondo concentrato e sconcertato davanti all'evento nemmeno immaginato della guerra mondiale.

Detto questo, e senza rischiare di anticipare dettagli, sottolineo soltanto che in verità la guerra guerreggiata, il fango delle trincee, i corpi macellati dei soldati restano come sullo sfondo; si sentono i cannoneggiamenti del fronte, a volte tremano i vetri delle finestre. Ma la storia di questo piccolo uomo è una storia minima della burocrazia imperial-regia che lo annette, meglio si prende in carico del suo corpo per prepararlo al macello.

In questo il libro è davvero un libro dell'Europa orientale del primo Novecento, quella di Kafka e di Hasek, nella quale l'ironia, lo stupore e l'impossibilità di resistere alle forze della burocrazia sono i registri di interpretazione del mondo.

Józef Wittlin, Il sale della terra, Marsilio

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